Sezione "Pio La Torre" Alliste

Anna Politkovskaja: "chi scrive, muore"

Quello che le donne dicono

Com’è complicato dire ciò che si pensa.

Nel libro “Cecenia, il disonore russo” della giornalista Anna Politkovskaja, la cui introduzione all'edizione italiana è di Roberto Saviano, vi sono i motivi della sua condanna a morte: l’intolleranza del potere verso le voci che sono fuori dal coro.

di Luigi Crespino

Il “branco”, dopo averle tentate tutte, dalla  intimidazione alla calunnia, alla fine decise: la Politkovskaja doveva essere azzittita e per sempre.

Mentre si leggono i reportage dalla Cecenia di Anna, c’è una domanda che ricorre ogni volta che giri pagina: ma perché faceva tutto questo? Non le bastava parlare male della guerra comodamente seduta a casa sua? In fondo, non si nega a nessuno di parlare male della guerra. Perché Anna andava lì, nei luoghi dove la guerra si svolgeva, e raccontava le storie di donne con il cuoio capelluto strappato, perché i soldati russi, per condurla nella stanza dove l’avrebbero violentata, l’avevano trascinata per i capelli? Non è sottinteso che la guerra è un orrore di per se? C’è bisogno di andare a cercare le prove di quello che si dice?

E perché, se è vero quello che Anna scriveva, il capo dello stato russo, invece di censurare e deferire quei militari alla corte marziale, cerca di azzittire in tutti i modi chi vede e racconta? E perché, la stragrande maggioranza dei suoi colleghi giornalisti, la descrivono come un’esibizionista in cerca di notorietà, lei che percepiva un misero stipendio dal suo giornale? Perché andava a scavare nelle magagne del potere? Perché lei, esile donna, madre di due figli, con la madre malata di cancro, non si rassegnava a tirare a campare?

Perché continuare questa battaglia fino alla morte, quando sapeva benissimo che si stava battendo contro un colosso che l’avrebbe schiacciata? In questi casi c’è sempre una domanda che ricorre, alla quale, tuttavia, l’interrogato non trova una risposta. Chi glielo ha fatto fare?

Nata eroina? No, lei aveva paura della guerra ed era una donna normale. La mattina in cui fu  uccisa, sulle scale del condominio in cui abitava, stava facendo la spola dalla macchina per prendere le buste della spesa, fra le quali le medicine per sua madre. La vita ordinaria, di una donna come tante. Perché ha continuato il suo lavoro, quando ormai aveva materiale sufficiente per poter scrivere “di rendita”?

Magari avrebbe potuto tornare negli Stati Uniti dove era nata. Avrebbe potuto capitalizzare in tanti talk show la sua notorietà. Ormai aveva un distintivo o una divisa che le garantiva quello che la gente comune non può avere.  Poteva fregiarsi, con civettuolo compiacimento, di quella sua aria da intellettuale e diventare ricca.  Possedere un distintivo o indossare una divisa è il miglior modo per potere avere buone possibilità di essere fotografati durante qualche manifestazione-passerella o in qualche “posa di una prima pietra”, perché, a loro è riservato sempre un posto in prima fila.

Aveva quel “distintivo”  che dà il diritto, nelle conferenze o nelle manifestazioni, di sedere “al di qua” del tavolo e mai “al di là”, dove c’è la gente comune, che dà il diritto parlare e mai di ascoltare, il privilegio di essere applauditi e non di applaudire.  Ma chi glielo ha fatto fare?

Non sappiamo quale spirito abbia animato Anna, in questa sua voglia di sapere e di far sapere. Sappiamo che, grazie a questa donna che ha scelto di “dire” e non di spalmarsi, paga della sua notorietà, sui divani del potere, magari indossando un costoso vestito nuovo,  pontificando da dentro una scatola, che ci rappresenta un mondo patinato e pieno di lustrini e pajette, noi abbiamo acquisito la conoscenza di ciò che il potere voleva tenere nascosto. Il potere l’avrebbe voluta docile e silente. Il potere aveva terrore di questa donna, che non se ne stava nel quartier generale russo a passare al proprio giornale le veline che il comando dava agli altri giornalisti che raccontavano le “verità” che il potere voleva raccontare.

Lei stava “al di la” del tavolo, fra la gente comune e descriveva gli orrori. Lei era un’intellettuale… di strada.

24/12/2009

(“Chi scrive, muore” di Roberto Saviano, introduzione al libro “Cecenia, il disonore russo” di Anna Politkovskaja)

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