Sezione "Pio La Torre" Alliste
Migranti
Regole ammazza migranti
Dal mare dei fenici al mare dei leghisti
di Gianni Ferraris
Leggo e segnalo l’articolo sotto riportato. E siccome sono uomo dell’entroterra, per giunta dell’estremo nord, non molto addentro alle cose del mare, mi assale un dubbio che attende risposta.
E’ vero o no che esiste da sempre un codice di comportamento dei naviganti che impone di soccorrere chiunque si trovi in difficoltà?
In caso di risposta affermativa sorge un secondo dubbio:
E’ vero o meno che il deputato di maggioranza Barba Vincenzo, ottimo imprenditore salentino in quel di Gallipoli, ha basato le sue fortune sulla vendita di carburanti ai pescatori?
Se anche questa risposta è affermativa una ulteriore domanda sorge spontanea:
E’ plausibile che un uomo che possiamo definire molto vicino a chi naviga e che non esita a dirsi “uomo di mare”, contribuisca a promuovere una legge che impone ai suoi clienti di non soccorrere chi in mare è in difficoltà denunciandoli, in caso contrario, per favoreggiamento? E se gli sciagurati arrivano sule nostre coste senza le connivenze di quei criminali di pescatori che osassero dar loro soccorso, li denunciamo prima o dopo il ricovero? O li traduciamo subito, in manette, nel primo centro di accoglienza?
E ancora:
Come si distingue, su un gommone carico di persone sfinite, assetate, affamate, il profugo dal clandestino? Si chiede un certificato di provenienza? Si tira a testa e croce? O, per non sbagliarci, ricacciamo tutti a mare?
Mi scuso per tutti questi dubbi che attendono risposte, però mi stavo chiedendo se è il caso di prepararci a dire qualcosa ai caschi blu, di cui auspichiamo un intervento fra non molto, in un paese con leggi razziali che contribuisce a far affogare persone, clandestine o meno che siano.
24/8/2009
Regole ammazza migranti
Cerchiamo la spiegazione della tragedia sulla base dei nuovi ordini impartiti alle unità militari italiane dal ministero dell’interno dopo l’entrata in vigore degli accordi italo-libici, per i quali Berlusconi si accinge a volare a Tripoli, il prossimo 30 agosto, in occasione del primo anniversario del “Trattato di amicizia”.
Dal 15 maggio il ministero dell’interno ha modificato le regole di ingaggio delle imbarcazioni militari italiane impegnate nelle acque del Canale di Sicilia. Già le inchieste e i processi a carico di autori di interventi di salvataggio, avevano drasticamente ridotto gli interventi di salvataggio da parte di unità mercantili, che nella maggior parte dei casi di avvistamento si limitano a smistare l’allarme alla guardia costiera, senza intervenire immediatamente. Adesso però siamo di fronte ad un importante punto di svolta. Per effetto degli accordi bilaterali tra Italia e Malta si è riconosciuto a Malta il coordinamento della zona SAR ( Ricerca e soccorso) più vasta del Mediterraneo centrale, con la conseguenza che in questa stessa zona le unità militari italiane operano solo sotto coordinamento delle autorità maltesi, limitandosi di fatto a presidiare la fascia delle 20-30 miglia a sud di Lampedusa. A seguito degli accordi italo-libici e soprattutto a seguito delle “intese operative” segrete intercorse tra questi due paesi nei primi mesi del 2009, ma anche dopo la “storica” visita di Gheddafi a Roma nel giugno scorso, le unità militari italiane coinvolte nelle attività di “pattugliamento congiunto” con le motovedette italo-libiche operano interventi di “respingimento collettivo” con la riconsegna alle autorità libiche di quanti vengono intercettati in acque internazionali. Il coordinamento degli interventi di pattugliamento congiunto è affidato ad una unità di coordinamento libica, mentre rimane sempre più evanescente il ruolo e le reali funzioni delle unità aereonavali di FRONTEX, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne, da tempo impegnata nel Canale di Sicilia.
Le cronache riferiscono che in questa ultima vicenda l’avvistamento del gommone sul quale si trovavano i cinque superstiti segnalati – guarda caso -da Malta solo quando si trovavano già all’interno delle acque territoriali italiane, sarebbe avvenuto nel corso di un “pattugliamento congiunto” Frontex. Allora, se così è stato, dal momento che le attività delle operazioni Frontex sono rigidamente documentate, anche per spiegare agli organi di controllo comunitari le ingenti spese che vengono addossate a tutti gli stati UE e dunque ai contribuenti europei, chiediamo che l’Agenzia Europea FRONTEX fornisca al magistrato di Agrigento che ha già aperto una inchiesta una documentazione completa sul “tracciamento” e sul “monitoraggio” del gommone prima dell’intervento di salvataggio.
Riflettiamo: in sostanza, Malta dovrebbe coordinare interventi di salvataggio ma non ha i mezzi per effettuare direttamente gli interventi di soccorso, FRONTEX non si sa bene che ruolo svolga dopo che gli stati rivieraschi hanno concluso tra loro accordi bilaterali, non è stato mai chiarito a quale paese dovrebbero essere riconsegnati i migranti intercettati dalle unità militari europee targate FRONTEX.
Gli italiani hanno i mezzi per gli interventi di soccorso, ma questi ormai sono dislocati o immediatamente a sud di Lampedusa, per impedire sbarchi nell’isola o molto più a sud, in acque internazionali, a 30-50 miglia dalla costa nord-africana. Si può osservare a questo punto come gli autori del regolamento Frontex quanto gli ideatori e gli estensori di questi accordi internazionali bilaterali, e la catena di comando che vi ha dato di attuazione, abbiano praticamente ideato ed utilizzato l’omissione di soccorso, conseguenza diretta o indiretta del riparto di competenze così bene architettato, come una vera e propria “pena di morte” per i migranti che ancora si arrischiano ad attraversare il canale di Sicilia per fuggire dalla Libia e raggiungere Malta o la Sicilia, se non Lampedusa, blindatissima per salvare l’immagine turistica dell’isola, ma soprattutto i “successi storici” del governo italiano nella “guerra contro l’immigrazione illegale”.
Il dispositivo militare costruito dall’Italia in collaborazione con la Libia, con Malta e con Frontex per contrastare le traversate del Canale di Sicilia contempla: il respingimento, oltre 1.200 casi da maggio, o l’accoglienza per quei pochi “fortunati” che riescono a varcare il limite delle acque territoriali italiane, o l’abbandono in mare per giorni per quanti siano riusciti a superare il primo sbarramento costituito dai pattugliamenti congiunti italo-libici ma non siano riusciti ad avvicinarsi abbastanza alle acque territoriali italiane.
Non vogliamo pensare che tutto questo possa avvenire sotto il monitoraggio di autorità militari che ritardano fino all’ultimo gli interventi di salvataggio. Ma questa volta, per il caso dei cinque eritrei che sono stati salvati poco a sud di Lampedusa, il dubbio che si possa arrivare a tanto è assolutamente legittimo.
Se le autorità italiane che intervengono in acque internazionali sono coordinate da Malta, oppure operano all’interno delle missioni Frontex basate a Malta, basta che dalla centrale di comando di questo paese non venga trasmesso un tempestivo ordine di intervento e le unità militari italiane, se non saranno coinvolte nelle operazioni fantasma di FRONTEX, resteranno a pattugliare le acque attorno a Lampedusa per curare la tranquillità dei bagni dei buoni leghisti in vacanza nella loro isola prediletta. Appena sarà possibile raccogliere tutte le testimonianze ed individuare i parenti delle vittime, arriveranno le denunce alle Corti internazionali. Ma è possibile che nessun giudice italiano ravvisi in tutto questo un comportamento sanzionabile anche all’interno del nostro ordinamento?
Fulvio Vassallo Paleologo
Università di Palermo
testo tratto dal sito di Fortress Europe
http://altronline.it/fortress-europe