Sezione "Pio La Torre" Alliste

Politica

Democrazia e populismo

di Gianni Ferraris

Dopo la vittoria del referendum contro i minareti in Svizzera,  la lega nord, dall’alto della sua posizione di indispensabile soggetto del governo, propone una simile consultazione in Italia. Ho letto on line, con interesse, un articolo di Le Temp, un quotidiano elvetico. Si parla della necessità di salvaguardare le democrazia dai suoi stessi eccessi. Quando il ricorso al “popolo” sovrano esalta gli istinti più bassi delle persone, andando a rimestare nella loro “pancia”, piuttosto che sulla ragione e sulla salvaguardia dei diritti fondamentali di tutti, si può correre un rischio. E’ il confine sottile fra democrazia e populismo.

Le grandi dittature hanno sempre avuto, più o meno indotta, comunque esistente, una considerevole popolarità. Il populismo è una   deformazione della democrazia liberale. Il capo interpreta i bisogni del “popolo” e si impegna a realizzarli. Anche le elezioni sono un orpello fastidioso, però necessario per dare parvenza di possibilità di scelta. Chi si oppone diventa un nemico del “popolo”. Il ricorso a frasi ad effetto quali “io sono stato scelto dal popolo” travalicano, paradossalmente, lo stesso concetto di rispetto della volontà egli elettori. Soprattutto quando tendono a forzare gli elementi   della carta fondante della democrazia che non prevede una scelta diretta del capo del governo, ma del parlamento.

Per arrivare a tanto scempio si utilizzano diversi strumenti. Intanto  si crea un mostro. Il diverso, l’altro, lo straniero sono insidiosi per il “popolo”. Se ne enfatizza artatamente il pericolo,   si soffia sul fuoco, per esempio, della sicurezza e si sale di livello,  a piccoli passi si può arrivare ovunque, anche a parlare di difesa della razza, magari fino alla sua purezza. Il tutto in modo quasi indolore.   Le pulsioni più basse ed infami vengono sobillate, esaltate. Si colpisce dove la paura e la debolezza, più o meno percepita, sono  latenti. E’ emblematico come  l’attacco mediatico portato proprio sulla sicurezza durante il governo Prodi, abbia fatto alzare il livello di paura, anche irrazionale. Mentre il ministero degli interni produceva dati della criminalità in calo, alcuni giornali spingevano sulla paura, sulla violenza insita nell’extracomunitario e nel drogato. Si insisteva sul terrore nei confronti del diverso. Del gay, come del nero. Fino additare come “amico dei terroristi” chi diceva cose diverse. Fino a far passare come normali anche dei neologismi idioti. Troppe volte sento citare, per dirne una, la padania, quasi fosse un’entità reale. In parlamento come in alcuni giornali. Si tende ad uniformare anche i linguaggi per raggiungere lo scopo.

E chi non soffia  sul fuoco del terrore è  lui stresso un diverso, un “comunista”. Il convincere il “popolo” che ci si può fare giustizia, vuoi con un referendum, vuoi con le ronde, vuoi in altri modi più spicci, è il risultato ovvio, logico e conseguente di questa politica.  C’è una differenza abissale fra i nonni davanti alle scuole che si organizzano per aiutare i bambini sulle strisce pedonali, e quattro personaggi vestiti da cretini che vano in giro la notte con una torcia elettrica e un fischietto. Differenza etica. Perché i primi aiutano, i secondi annotano chi passa, a che ora, il colore della pelle e l’aspetto. Se uno ha “la faccia da drogato” piuttosto che la barba da terrorista.

Lo stesso concetto di referendum viene utilizzato come una clava, non già per chiedere pareri su regole e abrogazioni (per altro l’unico ammesso in Italia è quello abrogativo, ma i leghisti fingono di non saperlo), ma per usarlo “contro”. Contro gli immigrati, contro le altre religioni, contro la possibilità di cittadinanza. Ed è un altro modo di attaccare le regole democratiche: “vorremmo, ma non possiamo farlo perché i comunisti  hanno paura del giudizio del popolo”, sottendono. Con queste regole, infatti,  sostengono di avere le mani legate. Non è casuale l’attacco che si   fa della costituzione ad ogni piè sospinto.

La democrazia è complicata e può diventare molto delicata quando fraintesa. Penso ad alcuni giornalisti, i peggiori, che chiesero al padre di una ragazza che  subì violenza (mi è capitato di vederlo in TV private ad Alessandria e in altri luoghi) “cosa farebbe al violentatore?” Questo non è un modo di fare informazione, è una viltà giornalistica, lo sdoganamento del peggior giustizialismo individuale. E ricordo che fece clamore la risposta di una madre con la figlia ammazzata: “questo lo decideranno i giudici, non io”. Ne parlarono molti giornali e TV. Quasi fosse quella la devianza, anzichè la norma che deve governare la giustizia. La domanda di quei giornalisti vuole lo scoop, la richiesta estrema: “la pena di morte”.  Quindi il cambio delle regole, quindi qualcuno in grado di mutarle. E’ un modo di fare informazione utile ed essenziale per il capo popolo.

Non si dà per scontato che esistono codici e pene da osservare,  ma “cosa farebbe lei…” Se estendiamo il concetto e chiediamo alle persone cosa farebbero degli spacciatori, piuttosto che dei negri che rubano, allora comprendiamo perché la richiesta delle ronde da parte della lega, o di forme di auto giustizia da parte di altri. Le regole sono liquidate in fretta “sono dei freni alla nostra politica”.    La Costituzione è stata calibrata stupendamente nel definire i confini dei poteri. C’è chi deve indagare, e chi deve giudicare, chi deve legiferare. In nessun caso e in nessun modo deve essere prevista altra forma di giustizia che inevitabilmente sconfinerebbe nel giustizialismo.

I successi di alcuni partiti in Italia e altrove, ricordiamo il successo di Heider in Austria, arrivano anche perchè fanno intravedere la possibilità di forzare quelle regole. La lega ne è l’emblema più evidente. Il tentativo è di coniugare il governo  con una falsa iniziativa diretta del “popolo”, che poi diretta non è assolutamente, perché l’altra coniugazione di quel partito è il polso fermo, fino allo sconfinamento nel controllo di ogni pulsione vitale delle persone. Telecamere ovunque, dossier che girano nelle redazioni di giornali amici e via dicendo.

Si aizzano le persone contro i diversi per poter controllare gli uni e gli altri, gli indignati e coloro che, a detta loro,  provocano indignazione.    L’utilizzo delle TV e dei media contro la magistratura, il martellamento contro i “comunisti”, fanno parte di questo gioco perverso. “Tutto va male, c’è criminalità, ci sono i comunisti, i giudici ci bloccano. Non possiamo fare la rivoluzione, però si può portare al governo chi pensa a tutto”. E’ questo uno degli snodi del berlusconismo.

Quella frase pronunciata da Berlusconi stesso ai piccoli imprenditori,  e che è passata quasi sotto traccia,  ne è l’emblema e la filosofia più essenziale: “voi pensate a produrre, alla democrazia ghe pensi mi”. O  ancora : “Strozzerei gli autori de La Piovra e dei libri che parlano di mafia. Ci fanno fare una bella figura….” .  Se non è populismo questo,  dove altro dobbiamo cercarlo?

Il “popolo” deve indignarsi, però può tornare a lavorare sereno, non deve partecipare in altro modo. A lui, al “popolo” vengono lasciati solo due momenti: la piazza delle elezioni, del plebiscito, e il lavoro, anche se contingentato. La partecipazione è intesa come delega in bianco. Mentre  la democrazia, quella vera, difficile da praticare, delicata, è una partecipazione critica, anche aspra, comunque rispettosa sempre dei principi fondanti che si è data. E non è un caso che per cambiare le regole i padri costituzionali abbiano previsto un iter laborioso e lungo.   Immaginiamo lo scempio, in caso il contrario.

Ma c’è veramente una differenza   così evidente e netta   di concezione della cosa pubblica, dei rapporti civili, fra questa destra populista e la mafia? “Voi pagate il pizzo, così potete lavorare tranquilli e produrre, al resto pensiamo noi…”. “Votateci e tornate a lavorare, al resto pensiamo noi…”.

Gaber, santo subito: “libertà è partecipazione…”, l’avessero ascoltato, forse si porrebbero il problema.

E’ tempo di cambiare linguaggio, soprattutto a sinistra, di parlare di individui e di persone, anziché di “popolo”, che rischia di diventare qualcosa di talmente astratto e informe, da essere etereo. Il “popolo” inteso come loro lo dicono, semplicemente non esiste.

Stiamo   camminando su un   filo fra democrazia e populismo che sembra sempre più esile. E questo è il risultato della delega ad ogni costo. Del dissolvimento dei partiti nella TV e sui media, piuttosto che fra le persone.  La democrazia è terra da conquistare sempre. Anche evitando i balletti e trattative riservate da servire come piatti preconfezionati a chi deve votare.   C’è ancora tempo per riprendere le fila del ragionamento.

Partecipazione sono le primarie,   uno strumento, a parer mio, intelligente ed indicativo di una scelta che coinvolge anziché escludere. Partecipazione per la dirigenza di un partito, ma anche di una coalizione.  Però è sbagliato farlo a giorni alterni, solo quando fanno comodo, solo quando si è sicuri di vincere.   Si rischia di logorarle e disarmarle. Quasi fosse osceno lasciare libere le persone di esprimersi. “Il candidato migliore? Quello che scegliamo noi”. Inquietante somiglianza di populismi.

3/12/2009

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