Sezione "Pio La Torre" Alliste

Alliste

Articolo pubblicato sul giornale “Il Gallo” del  24 gennaio “Alliste:

una storia di stenti e depressione”

Alliste, nuove povertà e vecchia politica.

Spesso noi “comunisti” abbiamo da ridire su alcune usanze, per esempio come quella  di spendere soldi per i fuochi d’artificio durante le feste patronali.  Questa nostra critica, che nasce da ragionamenti economici,  è considerata come indice del nostro inguaribile anticlericalismo e ateismo. Così non è.

Vero è, invece, che noi “comunisti” siamo sempre stati molto vicini a quella chiesa militante, come quella praticata da Mons. Romero,  Arcivescovo di El Salvador, ucciso mentre celebrava l’eucarestia, da un killer della dittatura che era al potere in quel paese. Oppure abbiamo guardato con ammirazione l’opera prestata da Madre Teresa di Calcutta. Tanti sono i preti che assolvono con dedizione il loro ufficio nelle zone di frontiera, che diventano famosi solo quando vengono uccisi.

Fino a quando D’Alema e Veltroni non ne hanno cancellato l’ultimo ed esiguo legame, il partito dal quale molti di noi provengono era organizzato in modo tale da essere soggetto presente nella società laddove c’erano dei bisogni. Chi aveva un problema o si rivolgeva al parroco del paese o al segretario del PCI. Francesco, il santo,  ha esercitato su di noi “comunisti” sempre un certo fascino. Non è un caso che la dottrina sociale della chiesa aveva ed ha più amici sul versante sinistro di quanti ne abbia al suo stesso interno, ma, si sa, “nemo profeta in patria est”.

Opere di bene, nella nostra accezione “comunista”, non significa carità, né maratone dove partecipano vip che poi, come si è scoperto, in alcuni casi non rinunciano al loro cachet. Opere di bene non significa  mortificante assistenzialismo, che alimenta serbatoi elettorali. Opere di bene significa, all’opposto, approntamento di politiche sociali e adozione di politiche economiche per  far uscire dallo stato di bisogno, e quindi di soggezione, in cui si trovano tanti cittadini. Politiche sociali e politiche di sviluppo economico solo apparentemente sembrano essere gli estremi cui si riferiscono due modi opposti di pensare. Queste sono, in realtà, due facce di una stessa medaglia.  Non crediamo di dire nulla di nuovo quando diciamo che lo stato di necessità perpetua antichi ed insuperati meccanismi di consenso elettorale. Certo c’è chi pensa, e sono in tanti, che, per esempio, le luminarie natalizie possano essere il volano dell’economia: come se fossero una di quelle  “infrastrutture” cui fa riferimento la teoria economica degli “squilibri di Hirschman”. Circola qualche assessore, secondo quanto è capitato di sentire in consiglio comunale, che crede che le luminarie fanno contenti i commercianti, perché i consumatori, secondo questa visione, vedendo che ad Alliste ci sono belle e costose luminarie, sarebbero indotti a spendere la loro tredicesima nei loro negozi. Il problema è un po’ più serio: non si tratta di spendere la tredicesima, si tratta di averla la tredicesima. Allo stato dei fatti crediamo che le luminarie natalizie facciano contenti solo i manager dell’ENEL, un po’ meno l’ambiente, se è vero come è vero che i commercianti di una delle strade più ricche di Milano, con una crisi economica incombente e per non consumare inutilmente energia elettrica, che significa ulteriore petrolio bruciato, hanno optato di onorare il Natale in maniera più sobria e più consona, diremmo noi “comunisti”, a quelli che sono stati gli insegnamenti di Gesù.

Qualche giorno fa su un giornale, “Il Gallo”, è stata pubblicata la lettera di una donna del nostro comune che ha esposto un caso di ordinaria povertà.

Certo, se c’è una situazione con risvolti negativi imminenti, va affrontata e risolta, senza però dare la sensazione di fare favori o elemosine, il che, ci rendiamo conto,  è contro le regole della realpolitick.

Questa donna, semmai ce ne fosse bisogno, ripropone in tutta la sua drammaticità, una questione importantissima: la partita che si gioca intorno alle politiche sociali  è seria, che non si può relegare a puro assistenzialismo, che serve solo, non ci stancheremo mai di dirlo,  a  garantire il consolidamento di posizioni elettorali, perché così facendo, nel mentre non risolve nemmeno il problema singolo, si aggrava il problema generale. 

Quanto più sono limitate le risorse, tanto più attenta e tanto più idonea deve essere la classe politica chiamata a gestirle. Questo è, ovviamente, un compito che nelle democrazie spetta ai cittadini. Questo è quello che ci sentiamo ripetere continuamente in consiglio comunale, insomma, chi ha perso deve stare zitto. Questo è il modo in cui è stato tradotto il maggioritario in Italia. È ovvio che, per scarsa cultura politica a nostro avviso, chi vince le elezioni crede di aver fatto bingo, non essendo l’opposizione determinante su niente, né avendo il consiglio comunale particolari competenze se non sul sesso degli angeli. Dall’altro l’opposizione e, nel caso specifico di Alliste, le opposizioni dovrebbero, dare conto ai partiti di riferimento, se ne hanno uno, ma prima ancora dovrebbero rendere conto a quei cittadini che li hanno votati, ma nemmeno questo è. Solo nel caso isolato di Sinistra Democratica vi è una struttura partito con organi funzionanti, con una sezione aperta e visibile, che decide, discute e si confronta per far emergere un pensiero condiviso e collettivo, il resto è rappresentato da liste elettorali “on demand”.

Nella sua relazione di ieri (11 febbraio) il Procuratore Generale della Corte dei Conti ha rilevato che la corruzione nella Pubblica amministrazione dilaga e non ha più argini. Ancora una volta si pone la questione dei controlli distrutti dalle riforme che si sono succedute dal 1994 in poi. Così il problema del governo è diventato ormai secondario e inesistente rispetto alla gestione del potere.

La legge impone agli amministratori di presentare la propria situazione patrimoniale prima e dopo il mandato, ma è una norma senza pena e quindi non vale niente; impone a determinate categorie di professionisti, geometri, architetti, costruttori, ingegneri o di astenersi dall’assumere  incarichi politici di lavori pubblici o di urbanistica se contemporaneamente si continuano a svolgere il  proprio lavoro. Invece questo accade tranquillamente nel nostro comune, senza che nessuno ascolti il richiamo che viene fatto pubblicamente a queste norme esistenti nell’ordinamento italiano.

La commistione fra interessi pubblici e interessi privati, che prima almeno faceva indignare qualcuno, oggi è vissuta come una cosa normale. Meno normale, sembra essere, invece, chi invoca il rispetto delle regole.

Così, da un lato, abbiamo i padroni del vaporetto, che hanno confiscato istituzioni, ordini professionali, studi di progettazione, studi legali, e dall’altro abbiamo casi di vera povertà che, una volta persa la fiducia nella politica, hanno una sola speranza,  salire le scale del palazzo e stendere la mano.

12/2/2009

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