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Sezione "Pio La Torre" Alliste Economia G8: il berlusconismo, la via italiana al superamento del capitalismo Si comprendeva benissimo, anche attraverso gli equilibrismi dei mezzi di comunicazione italiani, che le parole di elogio rivolte da Obama alla leadership italiana, si riferivano a Napolitano. D'altra parte le striminzite sette righe dedicate alla biografia di Berlusconi a fronte delle oltre tre pagine dedicate invece a quella del già comunista presidente della repubblica italiana non lasciano spazio dubbi. Le ultime disperate resistenze dovrebbero scomparire di fronte al riferimento fatto dal presidente statunitense alla dirittura morale: è evidente che non poteva riferirsi certamente a Berlusconi, altrimenti sarebbe caduto nel ridicolo o avrebbe fatto del cabaret. Si sa che la diplomazia ha le sue regole e i rapporti fra stati hanno i loro rigidi vincoli: se non sai turarti il naso è inutile che ti poni a capo del paese più potente del mondo. C'è chi quest'arte la fa meglio e c'è chi la fa peggio. Obama, al di là della sua forte personalità, è evidente che è venuto in Italia con un copione preciso da rispettare attentamente e strettamente. L'Italia rimane l'Italia, nonostante tutto e tutti e questo è un fatto che, per quanto indigesto, tutti devono digerire, almeno fin quando la geopolitica non cambierà. Ma oggi l'Italia è in questo posto nel globo e troppi sanno ancora troppo e le sorprese non le vuole nessuno. Tuttavia in una democrazia compiuta, quello che pensa un popolo lo dicono i giornali, che all'estero non sono costretti alle acrobazie cui sono costretti i media italiani. La verità è che nemmeno quando all'estero eravamo conosciuti per mafia, pizza e mandolino il nostro paese era sceso così in basso nella considerazioni dell'uomo della strada straniero. Tanto, ma tanto tempo fa, erano i primi anni '80, ad omologo vertice che si svolse fra Venezia e Napoli, nonostante che il dominio andreottiano e democristiano sembrassero imperituri, per dire del ruolo poco significativo dell'Italia nelle decisioni internazionali, ma per stigmatizzare, al tempo stesso, la stupenda cornice nella quale si svolse, i giornali italiani, allora molto più liberi di oggi, titolarono "L'Italia ci ha messo solo l'argenteria". Il lascito di Craxi è stato una proliferazione di nani e ballerine che, dalla platea del Midas, si sono diffusi in tutti gli angoli della vita pubblica italiana. Quello che prima era solo un tocco di mondanità e di "modernità" che animava i congressi del PSI, l'amico fraterno di Craxi lo ha trasferito in parlamento e in ogni dove si forma l'opinione pubblica. Cosa ci ha messo l'Italia in questo "G8"? A meno che non ci sia qualcuno che creda alla congiura comunista ordita con la collaborazione di tutti i più grandi organi di stampa mondiale, dove scrivono persone che hanno fatto la storia del giornalismo, sarebbe troppo facile dire che ci ha messo la Carfagna, la Gelmini e la moglie del presidente della Regione Abruzzo Chiodi per sostituire il vuoto lasciato da Veronica Lario, invece crediamo che i riflettori accesi da questo rituale ci abbiano fatto capire lo scarto che esiste fra un paese normale e l'anormalità di un paese governato dai cascami della prima repubblica. Questo "G8", già "G5" in seconda battuta "G7", sarà forse l'ennesima sfilata di un capitalismo che continua ad ignorare che è irreversibilmente iniziato il processo di implosione, che non sarà e non poteva essere sconfitto dal comunismo, come già disse Qualcuno due secoli or sono, ma si sarebbe distrutto da solo. Ma forse si può cogliere un segnale in discontinuità rispetto ai precedenti: c'è, fuori dall'Italia ripiegata sui casi dell'uomo che la governa, un mondo che si muove, una "sinistra" che emerge oltre i voleri dei singoli governanti. Una sorta di mutazione genetica imposta dalla vicinanza al punto di non ritorno sui nodi cruciali che sconvolgono il pianeta: ambiente, qualità della vita, accelerazione impoverimento che viaggia di pari passo con la diminuzione dei diritti dell'uomo: è proprio nel momento del suo massimo sviluppo che il capitalismo mostra i suoi limiti e questo momento sembra proprio vicino. La disperata difesa dell'indifendibile tentata da Sergio Romano sul Corriere della Sera il giorno dell'apertura del vertice, "dall'alto" della sua esperienza di diplomatico, la dice lunga sullo stato di crisi in cui si sta arrovellando l'Italia, che è ormai un paese compresso fra le notti brave del suo primo ministro e la lotta all'ultimo insulto in atto nel PD. Si sente la mancanza nel paese di Sinistra: la Sinistra che elaborava il pensiero collettivo delle forze sane del paese non c'è. Ci sono, invece, relitti, che in crisi di astinenza dal potere, si autoproclamano statisti e litigano con giovincelle suffragate più di Berlusconi nel nord-est. Non si ricordano più, questi "statisti", che, nel malcelato tentativo di consolidare la loro posizione di potere, sono stati loro stessi a trasformarle in "puledre di razza", salvo poi imbizzarrirsi e scalciare colpendo i loro stessi domatori. Berlusconi continuerà a vincere e a fare i suoi porci comodi, nel senso tecnico del termine, grazie a quell'universo di personaggi che non avevano ancora imparato il mestiere di statista, ma che hanno voluto mettersi in proprio quando il maestro è morto. Essi non hanno capito che militavano in un partito che non doveva abbattere il capitalismo, ma erano in un partito che avrebbe dovuto offrire un'alternativa valida quando il capitalismo si sarebbe contraddetto, quando il capitalismo si sarebbe autodistrutto. Oggi il capitalismo sta per tirare le cuoia e mentre nel resto dei paesi democratici c'è Obama che lo sta accompagnando verso l'ultimo viaggio, in Italia, orfani di ogni altro "ismo", siamo cascati nella brace del berlusconismo! 10/7/2009 |
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