Sezione "Pio La Torre" Alliste

Politica

Calderoli e le gabbie salariali

Un esimio rappresentante della nuova classe dirigente

Non sappiamo e non ci interessa sapere quale sia il curriculum studi di Calderoli, certo è che, ultimamente, chiunque viene chiamato a ricoprire una carica elettiva per questo solo fatto si sente autorizzato a rilasciare interviste, a parlare di argomenti sui quali le scienze e gli scienziati ancora non hanno trovato soluzioni. Insomma perdono quel senso della loro dimensione e diventano "tuttologi". Si sentono autorizzati a intervenire, con la pretesa di essere anche ascoltati, nel campo delle scienze socio-economiche, filosofiche, mediche, giuridiche, fisiche, chimiche e alcuni lo fanno farfugliando, con frasi sconclusionate, senza seguire un preciso filo logico (le tv locali offrono a tal proposito un ventaglio numeroso e variegato di questa genia). E' questo il classico caso un cui si pretende che l'abito faccia il monaco.

Un tempo, quando il professore doveva interrogarci a scuola, generalmente la sera prima ci si preparava all'interrogazione. Oggi si apre il giornale, si legge una notizia e qualcuno spara la sua cazzata ad "alzo zero" e questa cazzata diventa la notizia di apertura dei TG, piuttosto che il titolone di prima pagina del quotidiano.

Così Calderoli, che sicuramente capirà di altro, ma non certo di economia, appresa la notizia che al sud la vita è meno cara del 16% rispetto al nord ha sentenziato "e ora gabbie salariali": salari differenziati, più bassi al sud e più alti al nord. Va da se che nessun economista degno di questo titolo, tranne quelli di fede "legaiola" probabilmente, si sarebbe mai permesso di dire una cosa del genere posto che quella storia sia vera.

E' evidente altresì che Calderoli conoscerà a menadito il nord, ma sicuramente non sa quali regole non scritte, e non potrebbero essere scritte, valgono al sud.

Le gabbie salariali al sud esistono nella loro forma più conveniente al cosiddetto imprenditore del sud, nel senso che normalmente il lavoratore del sud firma una busta paga che rispetta i contratti collettivi nazionali, ma di fatto in contanti al lavoratore nelle sue tasche arriva meno, ma molto di meno, di quello che ufficialmente è costretto a firmare. Ciò significa che la parte non corrisposta al dipendente, quando per qualche "strano motivo" è regolarmente assunto, è ufficialmente un costo per l'azienda, ma di fatto è una plusvalore per "l'imprenditore". Su questa direttrice principale ci sono molte varianti:

1) il lavoratore in una giornata lavora per il corrispondente di due giornate lavorative, ma percepisce lo stipendio di una;

2) il lavoratore si paga i contributi previdenziali tutti da se, anche quelli a carico dell'azienda;

3) il lavoratore normalmente, quando gli va bene, percepisce 3 euro per ora, lavora 12 ore, invece di 8, e gli vengono decurtati i soldi dei contributi.

La geniale imprenditoria sudista ha molte di queste varianti. Più che alle gabbie salariali, sig. Calderoli, il sud è ancora allo stato di schiavismo che è uno degli elementi essenziali per creare plusvalore.

Il lavoratore, quando per qualunque motivo cessa l'attività lavorativa il suo, diciamo, datore di lavoro non gli corrisponde mai la cosiddetta liquidazione, cioè lo stipendio differito, cioè i suoi stessi soldi che autofinanziano l'impresa e che dovrebbe essere corrisposti intonsi alla fine del rapporto di lavoro. Se il lavoratore proprio si incavola chiama il suo "datore di lavoro" davanti al giudice, e finisce sempre con una transazione, cioè con sentenza si stabilisce che parte del suo stipendio, sia pur differito, il lavoratore lo deve mollare. Qualche altro "imprenditore" si dichiara insolvente così c'è la ficca a tutti noi perché in quel caso è l'INPS a  doverla corrispondere. Anche sul comparto TFR, come vede sig. Calderoli, qui al sud la sappiamo lunga. In uno dei paesi del G8, che prossimamente, e per non cacciare l'Italia da detto club, sarà allargato a 14, c'è una zona in cui il mercato del lavoro, se così lo vogliamo definire, ha delle regole che nulla hanno a che vedere con quelle che esistono nel resto del paese. La depressione al sud è lo stato normale dell'economia, tranne il periodo in cui le rimesse emigranti diedero impulso al comparto dell'edilizia privata - fine anni 60 inizio anni 70. Caro Calderoli, è la mancanza di consumi al sud che determina, se vero, quel dato. Il consumatore, in genere, è anche auto produttore di verdura, frutta, olio, vino. In parole povere in beni durevoli non finisce la parte del salario che eccede i consumi, cioè il risparmio, ma finisce la parte che dovrebbe essere destinata ai beni di prima necessita: insomma per farsi la casa o comprarsi la macchina al sud non si mangia. Tutto questo si traduce in una riduzione del prezzo dei beni al consumo. Se a questo si aggiunge il fatto che normalmente per andare al lavoro, se uno lavora a venti chilometri di distanza da dove abita ci deve andare in macchina, perché non esistono i trasporti pubblici. Se a qualcuno gli capita un accidente di quelli del secolo deve venire su da voi a Milano, accompagnato dai parenti che normalmente devono vivere in un albergo di Milano. A questo spaccato socio-economico corrisponde uno spaccato socio-politico che dovrebbe indurre l'attrezzo che lei ha collegato al corpo tramite il collo e che non serve semplicemente a dividere le orecchie, a riflettere che il sud è stato un formidabile serbatoio di voti per la Democrazia Cristiana prima e per Berlusconi oggi, il che ci fa dire che fra le due cose ci potrebbe essere un nesso di causalità.

Vede, onorevole Calderoli, comprendiamo che lei è lo specchio di questa nuova classe dirigente, ma lasci perdere l'economia che è una delle scienza più complicate che possano esistere, anche più di quella psichiatrica.

Ah, a proposito, qui al sud c'è anche l'usanza di allevarsi il proprio maiale, ma non per portarlo al guinzaglio, come ama fare lei, forse perché i cani la trovano insopportabile, ma per mangiarselo a Natale.

6/8/2009

Ritorna all'Indice        Ritorna alla Home Page