Sezione "Pio La Torre" Alliste

Politica

I revisionismi di Fini

Il prezzo dello sdoganamento

L’MSI  di Almirante, di cui Fini era  delfino ed erede naturale,  raggiunse il massimo storico del consenso elettorale (fra 8.5 e 9% fra camera e senato) nel pieno del periodo della strategia della tensione nel ‘72,  per il resto era un partito che non superava il 5 e 6%. Comunque era un partito collocato fuori “dall’arco costituzionale” e la DC definiva i suoi voti inutili o voti nel frigorifero  che ogni tanto usava (elezioni di Leone alla presidenza della repubblica) e, per questo, era totalmente preclusa la possibilità di vederlo in maggioranza in  qualsiasi assise elettiva.

Era un partito che, sotto il punto di vista della richiesta di moralizzazione della vita pubblica, condusse le sue battaglie, anche condivisibili, contro il sistema di potere della DC  e del PSI e l’ultima di quelle manifestazioni fu proprio quella del lancio delle monetine a Craxi all’uscita dall’hotel Raphael di Roma in piena “Tangentopoli”.

Oggi, gli eredi di quella storia sono stabilmente al potere in ogni dove, potendo contare, prima dello scioglimento nel PDL, su un partito  che aveva consolidato un 13% come zoccolo duro, perché aveva  intercettato, al crollo della prima repubblica, quell’ampio elettorato di destra, nostalgico di Mussolini e Almirante, che votava DC per paura dei cosacchi a San Pietro, dal un lato e per i benefit che garantiva, dall’altro. 

Fini ha sdoganato il suo partito portandolo, non nell’arco costituzionale – che è impossibile -, ma al potere. Dopo una lunga convivenza, a differenza di Casini,  ha dovuto riconoscere che non poteva rimanere fuori dal partito fondato da Berlusconi a Piazza San Babila sul “predellino di un’auto” – parole sue. Ha dovuto accettare di inseguire Berlusconi nella sua “lucida follia” – sempre parole sue alla kermesse fondativa del  PDL.

Fini ha studiato Almirante, ma non ne ha  né il carisma e nemmeno la originale loquela e proprietà di linguaggio, però è vero che l’attuale capo del governo italiano è un personaggio lucidamente folle.

Fini, quello del “Con Bossi mai nemmeno più un caffè” (sic!), oggi si chiama fuori dal pantano in cui Berlusconi ha cacciato l’Italia – in economia, nei rapporti internazionali, nella civiltà giuridica.

Ma su questa strada non lo segue nessuno dei suoi: sovente Gasparri e La Russa lo hanno beccato e comunque hanno scelto la strada del “cerchio-bottismo”, ma giusto per non dare un dispiacere al loro ex leader e fin quando la corda non sarà troppo tesa.

Ora Fini è afflitto da due revisionismi: uno riguarda il suo passato di missino, e così, mentre nel 1994 Mussolini era un grande statista, nel 2009 non lo era più, con tutto quello che discende in termini di posizioni politiche; l’altro riguarda Berlusconi, laddove il suo apporto è stato essenziale alla conquista delle istituzioni perché  FI nulla avrebbe potuto senza AN, anche se Berlusconi era sodale e amico di Craxi – sempre quello delle monetine.  

A tutti è concesso rivedere le idee del passato che possono mutare  alla luce delle esperienze della vita: immigrazione, fine vita, divorzio e altro ancora. Ma più complesso è il discorso riguardo al suo sodalizio con Berlusconi, di cui lui è stato per lunghi anni lo sparring partner, molto più fedele di Bossi, che  nel ‘94 lo rovescio con un ribaltone e Fini si rifiutò di prendere anche il caffè con lui mentre  Berlusconi scappava dall’aula quando veniva data la parola al capo dei leghisti (frasi e scene infantili, ma tutte vere).

Fini era ministro degli esteri quando Berlusconi chiamò kapò il parlamentare europeo socialista Schultz, reo di aver detto che l’Europa e gli europei non erano disposti a sopportare quello che sopportavano gli italiani.

Fini conosceva benissimo chi era e cosa voleva Berlusconi. Il fatto che oggi stiano venendo fuori anche episodi che riguardano la perversione privata dell’individuo che hanno avuto dirette implicazioni politiche, non crediamo aggiungano nulla di nuovo al fatto che, dfa un lato,  Berlusconi come capo di un governo non solo era inadeguato ma anche inopportuno e dall’altro,  sulla spregiudicatezza di chi, come Fini, non ha esitato a saltare sul suo carro, pur di far passare la frontiera al suo partito che era un partito minoritario, con nessuna prospettiva di arrivare a contare così tanto nella vita politica italiana.

Così, dopo le sue esternazioni Berlusconi ha mandato dal presidente della camera  Feltri,  il ragazzo di bottega, per raccogliere i sospesi.

Che le tre destre al governo, quella  “pragmatico-separatista”, quella “ideologico-manganellara” e quella “populista e corrotta ma cristianamente caritatevole”, con tre obiettivi diversi e incompatibili sarebbero prima o poi venute in conflitto lo si sapeva. Ma Fini non può cavarsela così, né ci sembra corretta la versione dei fatti offerta dai giornali del PD  che ne lodano il coraggio. Per sedere sulla poltrona della terza carica dello stato i partigiani Sandro Pertini, Pietro Ingrao e Nilde Jotti hanno costruito la Repubblica sfidando galere e condanne a morte e portarono i loro partiti “nell’arco costituzionale.  Fini, che è corresponsabile dello sfacelo dell’Italia al pari di Ghidini e tutti i cortigiani di Berlusconi, ha percorso un’altra strada, memo perigliosa per lui ma fatale per l’Italia.

Fini ha portato a capo del governo un signore che ha inferto delle ferite alla civiltà di questo paese che non passeranno nemmeno quando tirerà le cuoia. Non ci preoccupa la dittatura che ha di fatto instaurato il lucidamente folle, ma  ci preoccupa che molte delle sue leggi – prima fra tutte quella elettorale – facciano comodo, ma molto comodo, anche ai leader della cosiddetta opposizione, altrimenti sarebbe stata già cambiata.

Comunque di tutto questo Fini direttamente ed altri indirettamente hanno una responsabilità enorme e in questo scenario il meno pazzo sembra proprio Berlusconi.

9/9/2009

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