Sezione "Pio La Torre" Alliste

Ecologia e Sinistra

La crisi dei thatcheriani in ritardo

può lanciare la sinistra verde

di Stefano Sylos-Labini

(da "Megachip" il 9 luglio 2009)

Altro che intervento pubblico nell’economia, programmazione dello sviluppo, politica industriale per trainare la riconversione energetica della produzione e dei consumi. Se si guarda alle dichiarazioni di diversi esponenti del Partito Democratico sull’esito delle elezioni europee e sulla crisi della socialdemocrazia emerge l’esatto contrario.

Le affermazioni sono sconcertanti se pensiamo che oggi il meccanismo di mercato è completamente paralizzato e l’intervento pubblico rappresenta l’unica strada per rimettere in moto l’economia.

Invece è possibile che dopo la sconfitta dei socialisti europei il PD possa andare sempre più a destra nella politica economica. Liberalizzazioni e concorrenza per uno dei tre candidati alla segreteria del PD, Bersani, costituiscono la stella polare di una politica per rilanciare la crescita e guadagnare il consenso dei “cittadini-consumatori”.

È pur vero che la crisi della sinistra europea viene da lontano. A partire dalla seconda metà degli anni 70, l’eccesso di produzione in rapporto alla domanda e la disponibilità di forza lavoro abbondante e a basso costo a livello mondiale hanno iniziato ad alimentare la crescita della disoccupazione determinando la continua perdita di forza contrattuale dei lavoratori sul piano economico e la crisi delle forze di sinistra sul piano politico.

Tasso di disoccupazione (%) in Europa nel periodo 1955-2010 (elaborazione su dati OCSE, 2010 previsioni)

Con il procedere della globalizzazione e con la comparsa di nuove aree produttive sulla scena mondiale, i salari dei lavoratori dei paesi avanzati hanno subito una concorrenza fortissima da parte dei lavoratori immigrati a basso costo in patria e dei prodotti a basso costo realizzati nei paesi in via di sviluppo.

A questo si è aggiunta una tendenza verso la frantumazione delle attività produttive determinata dai fenomeni di esternalizzazione e del sub-appalto che ha contribuito a far crescere il lavoro flessibile.

La flessibilità è stata richiesta sempre di più dalle imprese per far fronte ad una domanda molto variabile e per difendere la competitività evitando di fare investimenti in tecnologie e in  formazione dei lavoratori. Così alla maggiore flessibilità non è stata associata una crescita equivalente della produttività, anzi in Italia nella prima metà degli anni 2000 mentre il lavoro diveniva sempre più flessibile e precario la  produttività non aumentava.

Dunque, non solo la tradizionale classe operaia ma anche una grande massa di lavoratori dei servizi e delle costruzioni ha subito un peggioramento delle proprie condizioni economiche all’interno del ciclo di crescita liberista che si è affermato a partire dai primi anni ‘80. Diversamente, nel ciclo di crescita socialdemocratico (1950–1975), le classi subalterne avevano guadagnato potere economico ed avevano posto il tema della propria emancipazione sul piano politico. Il picco del consenso politico toccato dalle socialdemocrazie europee e dal Partito Comunista Italiano negli anni ‘60 e nella prima metà degli anni ‘70 coincise proprio con il periodo di massima occupazione raggiunta dall’economia europea negli ultimi 50 anni.

 Oggi la sconfitta dei socialisti europei potrebbe essere dovuta proprio alle azioni insufficienti per guidare lo sviluppo dell’economia e alla debolezza delle politiche per tutelare il mondo del lavoro. La flessibilità non è stata accompagnata da adeguati ammortizzatori sociali, l’assistenza sociale è stata ridotta sempre di più mentre crescevano le disuguaglianze e l’immigrazione metteva a rischio i lavoratori poco qualificati con bassi salari.

Ciò significa che la crisi dei partiti di sinistra può essere ricondotta ad una carenza di socialdemocrazia di fronte ad un liberismo che ha destabilizzato i rapporti economici e l’intera società.

Le forze di sinistra di fronte alla pressione che proveniva dal mondo delle imprese sempre più in difficoltà per la concorrenza internazionale non hanno fatto altro che assecondarne le richieste con il lavoro flessibile, il contenimento dei salari, la riduzione della spesa sociale e la diminuzione delle tasse. Così i lavoratori già indeboliti sul piano contrattuale non hanno più avuto una rappresentanza politica di riferimento, protezioni e interlocutori, mentre  le forze di sinistra hanno perso identità e strategia e quindi consenso politico. 

Ma un’Europa sempre più liberista e meno sociale, nel momento in cui è scoppiata la crisi ha fatto esplodere le spinte nazionalistiche e, in un paese disomogeneo come l’Italia, le derive regionalistiche. E gli effetti più macroscopici sono una guerra tra poveri e fenomeni di razzismo che premiano i partiti di destra schierati contro l’immigrazione.

 Non sarà facile rilanciare una politica di stampo socialdemocratico perché la crisi è mondiale e richiede una risposta unitaria a livello europeo. Qui in Italia sarebbe opportuno che i gruppi dirigenti dei partiti di sinistra, i movimenti sociali e le associazioni ambientaliste si riunissero in una coalizione rosso-verde che abbia come obiettivi primari la riconversione energetica dell’economia, un piano per l’occupazione e la difesa del potere di acquisto delle fasce più deboli.

Si tratta di un primo passo per andare a poi negoziare un eventuale accordo politico con un Partito Democratico che abbia la volontà di perseguire gli obiettivi sociali ed economici appena delineati.

26/09/2009

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