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Sezione "Pio La Torre" Alliste Politica Il federalismo che dissolve il paesedi Egidio Zacheo* La battaglia che Nichi Vendola sta combattendo contro la proposta di federalismo fiscale del ministro Bossi è decisiva per le sorti del Paese e della sua unità. Si tratta di una proposta smaccatamente secessionista a difesa della quale Fitto porta argomenti del tutto inconsistenti (dire che “ per il sud garantirà Berlusconi” non significa nulla). Sarebbe necessario pertanto dar vita immediatamente ad un fronte unitario di contrasto ed informazione costituito non solo da tutte le regioni meridionali, ma soprattutto dalle forze politiche di opposizione parlamentare ed extraparlamentare. Ma non sono pochi, purtroppo, quelli che non hanno colto la gravità della situazione. Così, mentre da una parte D’Alema sostiene giustamente che la risposta alla modernizzazione dello Stato non sta nel federalismo che, anzi, “rischia di disarticolare ulteriormente il Paese e moltiplicare i costi e la complessità della democrazia”, dall’altra Veltroni vola col governo ombra a Milano per incontrarsi con Bossi e Formigoni e per dire di essere d’accordo col modello federalista lombardo dopo che la regione Lombardia ha fatto approvare, col sostegno del PD regionale, un nuovo statuto e una bozza di riforma fiscale con cui si appropria di tutto –scuola, sanità, sicurezza- e si tiene l’80 per cento dell’IVA, l’intero gettito delle accise sulla benzina, dell’imposta sul tabacco e sui giochi e dopo che Bossi si è affrettato a dichiarare che il modello lombardo è quello giusto per l’intero Paese. In verità, a parziale discolpa di Veltroni, oltre alla sua risaputa fragile cultura istituzionale, c’è il fatto che questa situazione è il risultato anche di scelte sbagliate fatte in passato proprio dal centro-sinistra e della sua infausta riforma del 2001 del titolo V della Costituzione. E’ stata questa riforma ad aprire il varco alle successive devastanti riforme della destra fino all’attuale disegno di legge proposto da Bossi e ad inferire un duro colpo all’edificio costituzionale,alla tenuta unitaria del Paese, al prestigio e alla forza dello Stato . E’proprio quella riforma che ha indotto il PD lombardo a sostenere la proposta di Formigoni e a far dire al segretario regionale del PD che con quel sostegno si trattava di “mettere in pratica le indicazioni che discendono dalla riforma del titolo V che abbiamo voluto noi”. Ma gli errori del passato non possono costituire l’alibi degli errori del futuro. Bisogna sconfiggere il luogo comune che affidare molte decisioni al livello istituzionale più vicino al cittadino significhi demolire lo Stato e che bisogna trattenere le risorse in loco per non alimentare l’assistenzialismo del sud. Nessuna comunità nazionale regge se lo Stato viene ridotto ad un involucro formale privo di ogni attribuzione sovrana. Se le regioni, come propongono Formigoni e Bossi, trattengono l’80 per cento delle proprie risorse, destinando solo il 15 per cento allo Stato e il 5 per cento al fondo di solidarietà, lo Stato di fatto non c’è più perché non potrà garantire nessuno dei diritti di cittadinanza previsti dalla Costituzione. Col 15 per cento delle risorse non si coprono nemmeno gli interessi passivi del debito pubblico. Considerando che solo cinque regioni hanno entrate fiscali superiori alle spese, si avrebbe un federalismo asimmetrico così marcato da arrivare in breve alla dissoluzione del Paese. La SVIMEZ, mentre invita “a trovare punti di equilibrio che siano rispettosi delle "pari opportunità" che a tutti i cittadini italiani, ovunque nati o residenti, occorre assicurare, prescindendo dalla ricchezza dei territori regionali, che non sono essi, o le loro istituzioni, soggetti di imposta, ma i produttori che vi operano”, calcola anche che se le regioni del nord trattenessero l’IVA, sottraendo così risorse al fondo perequativo nazionale, la Campania non sarebbe in grado di sorreggere il proprio sistema sanitario e dovrebbe aumentare la pressione fiscale almeno del 20 per cento, la Calabria la dovrebbe aumentare del 40 per cento e la Puglia coprirebbe con le proprie entrate solo il 30 per cento delle spese. C’è da aggiungere che anche il nord soffrirebbe gravi conseguenze considerando che proprio il mercato protetto del mezzogiorno sostiene la produzione del nord e che beneficiari del debito pubblico sono proprio i cittadini di quella parte più ricca del Paese in quanto possessori del 90 per cento dei titoli di Stato. Non è da trascurare, infine, il fatto che, secondo uno studio dell’università Cattolica di Milano, la devolution di Bossi avrebbe un costo aggiuntivo a carico delle regioni di circa cinquanta miliardi di euro. Il Paese non ha bisogno di federalismo ma di unità. E il nostro problema non è quello di dare attuazione alla riforma del titoloV del 2001, ma di cambiarla per andare in altra direzione. * Direzione Nazione Sinistra Democratica. Fondatore di Sinistra Democratica Salentina. Già sindaco di Campi Salentina, già consigliere provinciale. Docente di Scienza Politica presso l’Università del Salento 13/1/2009 |
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