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Sezione "Pio La Torre" Alliste Politica Le dimissioni di Veltroni Prof. Egidio Zacheo Direzione Nazionale SD “Me ne vado per salvare il progetto al quale ho creduto e credo”: è stata questa la spiegazione data da Veltroni alle sue dimissioni da segretario del Partito Democratico. Ma anche nell’addio persiste nell’errore in quanto le sue dimissioni non solo non salveranno nulla, ma sono la conseguenza naturale proprio del fallimento del progetto. I suoi temono che le dimissioni possano essere la causa del fallimento del Pd e non si accorgono che esso è già avvenuto. Si preferisce, insomma, aggrapparsi ad una lettura rovesciata e capovolta della realtà pur di esorcizzare l’eventualità temuta di un ritorno indietro. Bisogna invece prendere atto della fine irrimediabile del Pd e riflettere sulle colossali inadeguatezze politiche e culturali che lo hanno fatto nascere già morto. Due culture, infatti, pur potendo coesistere e collaborare sul terreno dell’azione di governo con un programma condiviso, non si amalgamo e non diventano mai la stessa cosa perché sono la sedimentazione di storie, di sistemi di valori, di criteri di analisi che si confrontano ma non si confondono. Veltroni, anche qui sbagliando, pensava di poter andare avanti eliminando il passato e di costruire il futuro sul nulla. E proprio il nulla, la rinuncia a indicare una linea e a far chiarezza su questioni fondamentali ,è stata la cifra del Pd. Ha rimosso tutto: dalla collocazione in Europa ai temi del lavoro e delle alleanze sociali, dalla procreazione assistita al testamento biologico, dalla laicità dello Stato al primato della scuola pubblica. Questa vaghezza politica si è accompagnata ad una vaghezza organizzativa. Veltroni ha sempre pensato non tanto ad un partito leggero, o liquido, ma ad un partito aeriforme senza tessere, senza iscritti, che doveva mobilitarsi solo in occasione di mitiche primarie. Un partito di simpatizzanti che dovevano soppiantare i militanti. Un partito senza territorio. Il necessario doveva essere affidato alla figura carismatica del leader assoluto che si rapporta direttamente al suo popolo senza passare per alcun gruppo dirigente. L’apparizione televisiva e il bon ton avrebbero surrogato la proposta politica. Una efficace e martellante comunicazione avrebbe reso inutile qualsiasi contenuto. Il problema centrale, per non dire esclusivo, di una competizione elettorale doveva essere una incisiva attività di marketing a favore del leader esclusivo giovane (in ogni caso, meno vecchio di Berlusconi),affidabile, “buonista”, perché l’immagine conta più della sostanza, la scenografia più della realtà. Mettendo in pratica tutto questo, egli stesso, ad un certo punto, non ha avuto più vita propria divenendo quasi per intero il prodotto di una assillante operazione mediatica. Nessun altro leader, infatti, nell’intera storia della Repubblica –nemmeno Berlusconi-,ha mai goduto di un battage pubblicitario così capillare e pervasivo su tutti i maggiori quotidiani e su quasi tutte le emittenti televisive quanto lui in occasione delle primarie dell’ottobre del 2007. Il nuovismo a tutti i costi ( la malattia infantile del veltronismo) doveva essere la parola d’ordine del moderno partito campato in aria, senza passato, senza tradizione, senza identità,senza progetto. I disastri che sono venuti da questa cultura politica sono sotto gli occhi di tutti. Prescindendo dall’analisi concreta della situazione concreta, ha dato alla scadenza elettorale dell’aprile scorso un obiettivo sistemico del tutto errato.: quello di un sistema politico non più bipolare ma tendenzialmente bipartitico pur in presenza di una legge elettorale che richiede per vincere ancora alleanze. Veltroni pensa di dare risposta al giusto bisogno di semplificazione con la soluzione artificiale dello sbarramento per i partiti minori e servendosi del potere di ricatto del premio di maggioranza e del voto utile. Ma decidendo di correre da solo rende più agevole la vittoria di Berlusconi –il quale invece,individuando correttamente le dinamiche della legge,continua a muoversi nella logica della coalizione- e ottiene solo il risultato di fare sparire le formazioni si sinistra, privandosi in prospettiva di possibili alleati e destrutturando l’intero centro-sinistra ormai per lungo tempo privo di ogni ragionevole possibilità di successo. Il miracolo riuscito con il gioco di sponda tra lui e Berlusconi (al quale però Berlusconi si è prestato solo finché gli è servito) è stato sì un bipartitismo, ma un bipartitismo a partito dominante, vale a dire senza alternanza dal momento che il secondo partito è talmente debole da non poter insidiare in alcun modo il contendente più forte. Intravedere in questa situazione una via d’uscita a breve è assai difficile. Certo è che cercare di tenere ancora in vita il Pd è soltanto un inutile accanimento terapeutico perché già da tempo è “clinicamente” morto. Serve intanto una riconsiderazione degli obiettivi sistemici cominciando dal repentino abbandono della logica di un bipartitismo per forza. L’attuale “porcellum”, che dà ai soli segretari il potere di nominare i deputati, di far entrare in lista pezzi di altri partiti garantendo rimborsi ed elezioni sicuri, non consente di superare il vecchio bipolarismo irresponsabile, ma ne crea un altro solo grazie all’espediente tecnico del premio di maggioranza. Poiché per la sua storia il nostro è un Paese plurale, un bipolarismo maturo è possibile solo attraverso un pluralismo moderato (la soluzione “tedesca” indicata da Casini e D’Alema prima della caduta del governo Prodi sarebbe stata la più idonea, ma anche in quella occasione Veltroni diede prova della sua miopia). La disfunzione del sistema è dovuta non a un difetto, ma ad un eccesso di leaderismo. Bisogna tornare ad un’idea parlamentare e partecipata di democrazia che sconfigge quella attuale cesaristica e presidenzialista. Bisogna adottare un modello di partito che non esalta la solitudine del leader a cui tutto è possibile (anche eleggere deputati e senatori i propri famigli), ma che seleziona un autorevole gruppo dirigente, opera come un soggetto sociale reale, consolida nel territorio una moderna cultura civile, conduce battaglie necessarie per la tutela di antichi diritti e l’affermazione dei nuovi. La natura del Pd non gli consente di fare tutto questo. Perciò bisogna tornare indietro, senza timori e senza indugi, ma solo col rammarico e la consapevolezza di avere effettuato una operazione politica che ha favorito l’attuale rischiosa regressione del nostro Paese. 23 marzo 2009 |
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