Sezione "Pio La Torre" Alliste

Politica

La questione meridionale dopo il Movimento della Poli-Bortone

Prof. Egidio Zacheo Direzione Nazionale SD

    A prescindere dalla coerenza politica del progetto, non c’è dubbio che al Movimento per il Sud della senatrice Adriana Poli Bortone vada riconosciuto comunque il merito di aver reso più stringente, almeno in Puglia, la riflessione sul Mezzogiorno. Essa ha ragione quando sottolinea l’abbandono del Sud da parte dell’attuale governo e il conseguente aggravarsi delle condizioni di vita e civili delle popolazioni meridionali, così come ragione da vendere ha Pierferdinando Casini

quando dice che il federalismo fiscale che la maggioranza di Berlusconi si accinge a varare, anche con la benevolenza irresponsabile del Partito democratico, sia solo uno spot elettorale per la Lega e dannoso per il Paese. Ma occorre evitare il rischio, presente nel movimento della Poli Bortone e in quello siciliano di Raffaele Lombardo, di cadere in un misero localismo rivendicazionista e di ridurre la questione del Mezzogiorno a problema di un’area geografia aggredito con ottiche parziali.

        E’ sicuro, invece, che proprio la parzialità degli approcci e la sua confinazione geografica non hanno consentito di venirne a capo. Nel corso dei suoi oltre due secoli di esistenza, infatti, la questione meridionale, come è stato fatto notare, ha subito varie letture, divenendo un genere letterario sostanzialmente sterile. C’è stata una lettura “naturalistico-geografica” che ha portato a considerare il Mezzogiorno un “altro pianeta popolato da alieni” Una “economicistica” con la quale si è perpetuata la lamentazione di un Sud arretrato rispetto al Nord e condannato a rimanere tale. Una “classista”che ha spiegato tutto in base alle differenti classi esistenti (un Nord operaio contro un Sud contadino). Una “colonialista”, che ha alimentato il risentimento di un Sud ritenuto ricco prima di diventare con l’unità d’Italia “colonia” del Nord. In realtà, la questione meridionale è una grande questione dell’intero Paese che viene da lontano, da molto lontano: da nodi storicamente aggrovigliati che si possono sciogliere solo assumendo un’ottica nazionale e, per così dire, olistica.

        Quando quest’ottica viene abbandonata anche gli analisti più attrezzati possono perdere l’orientamento. Per fare qualche esempio, è successo alcuni anni fa a Nicola Rossi il quale, mentre in un suo lavoro del 2002 (“Riformisti per forza”) vede nella “diffusa nostalgia del centralismo statale” un grave ostacolo per il Sud, in quello successivo del 2006 (“Mediterraneo del Nord”), all’opposto, propone un rigido controllo neocentralistico delle politiche di sviluppo del Sud. La cosa si è ripetuta in questi giorni con Gianfranco Viesti il quale, appunto, mentre nel 2003 propone , come dice il titolo del suo libro, di “Abolire il Mezzogiorno”, ora nel suo recentissimo “Mezzogiorno a tradimento” lo resuscita con le annesse politiche speciali, edulcorandone l’arretratezza da lui qui considerata, un po’ semplicisticamente, più l’esagerazione di stereotipi negativi da parte dei mezzi d’informazione che un dato reale. Il fatto è che queste posizioni ondivaghe, contraddittorie, incoerenti, oltre, sicuramente, alla difficoltà oggettiva del problema, sono dovute, come abbiamo detto, ad una lunga tradizione di separazione della questione meridionale dalla ricerca dei ritardi storici generali del Paese.

        Potrebbe forse essere più utile partire dalla domanda che pone S.Maier: “Per quale motivo il Mezzogiorno rimane prigioniero di una storia bimillenaria proprio quando i vincoli ambientali non sono più rilevanti, il capitale è disponibile,e in tutte le altre sue espressioni la popolazione mostra di possedere dati di ingegnosità e di inventiva?” Ma la risposta a questa domanda richiede un lavoro di scavo ampio risalendo –come ho già avuto modo di sostenere in altra occasione- ai caratteri originari della nostra unificazione politica e mettendo a nudo le ragioni dei limiti e dei mali della nostra tarda formazione storica nazionale. Occorre cioè collegare la questione meridionale col vistoso residuato storico –di cui portiamo ancora il peso e del quale subiamo ancora il danno- della nostra mancata tempestiva e moderna unificazione nazionale. Proprio per questo  essa non è stata mai soltanto la questione del sud, ma è sempre stata la questione peculiare della nazione,potremmo dire senz’altro:la “questione Italia”.

        Del resto, ciò era stato ben compreso già da Francesco De Sanctis e da Antonio Gramsci, l’analisi dei quali, perciò,non concede nulla alla chiusura meridionalistica, ma è collegata alle grandi correnti della formazione della coscienza nazionale. Insomma, bisogna considerare il Sud con la sua criminalità organizzata, col suo debole tessuto civile, con la sua marginalità economica e sociale il frutto della storia complessiva dell’Italia e sapere che solo dalla comprensione complessiva di questa storia possono venir fuori quei rimedi efficaci che sempre meno appaiono essere di natura economica e quantitativa e sempre più, invece, culturali e civili.

       Ecco perché i movimenti per il Sud non servono a niente se non diventano movimenti nazionali.

23 marzo 2009

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