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Sezione "Pio La Torre" Alliste Prospettive della sinistra La relazione di Claudio Fava a Comitato politico nazionale di SEL. Roma 17 aprile 2010 "I cento passi" verso SEL di Claudio Fava Ci chiedevamo tutti ieri, stamattina quale sarebbe stata ieri, quale sarebbe oggi la notizia che racconta il paese. La notizia che racconta lo stato dell’arte in questa nazione. La tentazione è quella di parlare della diaspora che si sta consumando all’interno del palazzo: la frattura tra Fini e Berlusconi, l’ipotesi di elezioni anticipate. Oppure di parlare di un’assemblea, di una discussione che si sta avviando poco distante da qui, all’interno del partito democratico. Noi avremmo immaginato, auspicato, qualche settimana fa che fosse una discussione densa di senso e di intenzione politica, un po’ meno legata alla ridefinizione degli assetti interni. Avremmo voglia, forse, di parlare anche dell’ennesima provocazione di Berlusconi, che ieri ci ricordava come il problema, lo scandalo, l’umiliazione subita dagli italiani non siano gli undici anni di reclusione chiesti per un senatore della repubblica, che è cofondatore del suo partito, Marcello Dell’Utri, per essere considerato un mafioso, ma lo scandalo sono i libri, le righe, le parole, il lavoro dei giornalisti, degli scrittori, degli sceneggiatori che raccontano la mafia. Ma in realtà, poi, andando a ripassare in rassegna i titoli di ieri c’era un titolo bello, forte, netto che forse è foto impietosa di questo paese, più di tutte le altre vicende e diaspore di cui abbiamo letto oggi sui giornali. Ieri, la Lega, che è un partito che ha vinto dentro una coalizione che ha vinto le elezioni regionali, che ha vinto meglio e più degli altri, diceva: “Ci spetta una fetta di banche”. Dava una sensazione quasi plastica di come si sia avvilito il vocabolario della politica. Una fetta di banche. Cioè la politica è bottino. Bottino di guerra e le banche sono una parte di questo bottino. La fetta dà proprio il senso della spartizione. Tutto questo arriva dall’unico partito che è forse ancora in campo. L’unica forza organizzata di politica che continua ancora a conservare e a praticare un rapporto di fidelizzazione con i propri territori, con la propria comunità, che si è dato un imprinting di cultura politica, la sua, di valori politici, i suoi, che però non sfugge a questa sintassi politica che si sta così avvilendo, per cui la mitologia della Lega, l’assalto a “Roma ladrona”, il bisogno, dal loro punto di vista, con questa forte vocazione e polarizzazione conservatrice, comunque, di dare una sterzata di moralità al paese, i consumi, le spartizioni, le pratiche. Eppure ieri la Lega diceva quello che sta nel suo animo, nel suo sentire, che sta anche un po’ nel sentire del paese: “A noi tocca una fetta di banche”. Allora qual è il racconto del voto che si è appena concluso, questo secondo turno elettorale, il voto delle regionali, pensando anche come siamo andati a questo voto, quale era lo stato d’animo, lo stato d’animo di chi dice: “In questo paese c’è un despota”. Un despota che ha mostrato la parte peggiore di se e l’ha mostrata in modo avvilente e manifesto, quasi sfacciato: i consumatori finali; le riunioni del consiglio dei ministri nella camera da letto di palazzo Grazioli, ma anche il progressivo accanimento sulle vertenze sociali, civili, umane di questo paese che restavano nei residui, nei dettagli della discussione politica. Quanti di noi hanno pensato che queste elezioni avrebbero comunque registrato le cose accadute. Avrebbero registrato il senso di disagio crescente della nazione, non soltanto degli elettori del centro-sinistra, ma anche da parte di chi riteneva, avendolo eletto, che questa idea dispotica, banale, banalizzante della politica e della civiltà della politica non ci appartenesse. Invece scopriamo che da questo voto nulla è cambiato. Scopriamo che l’Italia continua ad essere attraversata da una faglia, una linea di frattura, una sorta di danza immobile che ci consegna la foto di un paese in cui tutto è rimasto identico a se stesso; per cui i voti del centro destra e quelli del centro sinistra, i rapporti di forza, gli equilibri, la conservazione dei consensi, un rapporto di fidelizzazione che sfugge persino alle vecchie dinamiche clientelari. Quanti di noi avrebbero immaginato che nel Lazio, con una lista cancellata, con le appendici e le conseguenze di questo anno di questa pessima e di tragica politica, con l’eco nelle nostre orecchie delle risate dei palazzinari, che si sollazzavano all’idea che qualcuno stesse crepando sotto le macerie di un terremoto, perché rimettere insieme quelle macerie avrebbe rappresentato qualche spicciolo in più per i loro affari, quanti di noi avrebbero davvero pensato che tutto sarebbe rimasto come prima, e che alla fine non soltanto le forme del consenso, i rapporti forza, ma anche l’idea che in una regione come il Lazio sarebbe stato possibile che il voto del centro destra rimanesse dentro quella coalizione, quel campo di forza politiche a prescindere dai candidati, dalle liste in campo, come se davvero questa faglia che attraversa il paese fosse una fotografia definitiva di quello che è accaduto. Noi da questo dobbiamo partire. Dobbiamo partire dall’idea che non c’è un despota e poi un paese che si agita, si rianima, si indigna o che decide di piegarsi alle vocazioni o alle volontà del despota. Il despota, c’è un bell’articolo della Urbinati di qualche settimana fa, è una figura letteraria, è un’invenzione: non esiste il despota se non ci sono intorno a lui condizioni umane che rendono possibile il suo dispotismo. Il deposta Berlusconi è tale perché, di fronte al suo tentativo in campagna elettorale di imbavagliare il paese, di accecarlo, di privarlo della vista del senso dell’udito, dicendo non si fa più informazione politica, lo rendiamo despota noi nel momento in cui le funzioni di vigilanza, di controllo, di attenzione, di intervento, di garanzia sulla qualità e l’autonomia dell’informazione dicono: “Cosa possiamo fare per accontentare il capo del governo. In che modo possiamo mettere sotto chiavistello l’informazione. Quali sono gli strumenti e gli artifici per evitare che venga turbato il suo buonumore”. Non esiste despota se intorno a lui non è cresciuto un pezzo del paese che ha voluto che lui fosse despota; che ha voluto che intorno a lui ci fosse una consegna, una delega di democrazia perché questa democrazia fosse ridotta in coriandoli. Ed quello che è accaduto. È cambiato il senso comune del paese: non c’è soltanto Berlusconi al governo. Ed è una domanda più urgente, più drammatica, perché ci dice che se domani ci saranno le elezione e che se dopodomani, per avventura, il centro sinistra, attraverso, come dire, una epifania di belle parole e di bei comportamenti e attraverso la fatica di questo centro destra, che comincia a logorarsi nelle sue faide interne dovesse tornare al diritto e alla responsabilità del governo della nazione, che nazione troverebbe e che governo potrebbe costruire se non affronta il senso comune, drammaticamente cambiato dentro questo paese. Noi da questo non possiamo sfuggire. Perché chi sfugge da questa domanda, che è una domanda di prospettiva, non soltanto di presente, poi rischia di trovarsi come gli amici e i compagni nostri in Ungheria, dove il partito Jobbik, animato da un fervente leaderino di 32 anni ha preso il 15% con un programma essenziale che dice “l’80% del patrimonio edilizio e delle banche è in mano ai giudei e noi ce lo vogliamo riprendere”. Dentro questa locuzione, semplice e antica, c’è un partito che nel 2010, in un paese democratico, che è parte integrante del processo di integrazione positiva dell’Europa prende il 15%. Allora non possiamo non immaginare che il declino e il declivio sul quale si è avviato questo senso comune, questo modo travolgente con cui abbiamo perso rapporto e misura del paese possa continuare. Ci sono due fotografie di queste elezioni, minori, ma importanti e tutte due hanno a che fare con una terra frastornata come la Campania. La prima ci dice che a Pomigliano dove la FIAT sta per smantellare, con un progetto punitivo di riconversione industriale, uno dei suoi punti produttivi di forza, perdiamo le elezioni dopo aver governato per trent’anni. Cioè lì dove la crisi sociale, la crisi economica produce le sue conseguenze più devastanti, lì dove anche sentiamo l’esistenza di una cultura antica del capitale che dice “qui intanto si taglia. È vero presenteremo un piano industriale in cui vi proporremo di raddoppiare la produzione di autoveicoli per il mercato italiano. Ma intanto nella logica del mercato che porta anche al censimento dei rami secchi, c’è un ramo secco che si sta essiccando e tagliamo Termini, riconvertiamo, riduciamo Pomigliano d’Arco”. E lì che è un terreno naturale, come dire, di contesa, di battaglia, di affermazione del nostro senso politico, lì noi abbiamo perso dopo trent’anni. In una terra come quella della camorra, che oggi ci porta a dire, indignati, come abbiamo scritto con le cento, le mille, le diecimila mail che sono state inviate a Repubblica, che è ignobile quello che ha detto ieri Berlusconi, che la colpa è di Saviano e non dei camorristi che ammazzano, la colpa è il racconto della camorra e non il racconto che la camorra stessa fa di se e del paese. È vero, ma è anche vero che a Napoli, a questa terra che ha questi segni, che è stata capace anche di esprimere la cultura dell’antagonismo antimafioso, come quello di Saviano, c’è un signore che si chiama Roberto Conte, che è stato condannato per associazione mafiosa, che è stato dichiarato decaduto per legge, non per accanimento giudiziario, per legge è stato dichiarato decaduto dal consiglio regionale e che ha ritenuto di doversi ricandidare con il centro destra per essere rieletto e per essere costretto, il giorno stesso dell’insediamento, a essere nuovamente dichiarato decaduto. È la cosa drammatica che ci porta un po’ a sentire come le storie dell’Ungheria non sono così marziane così fantastiche. Perché quando noi sentiamo che c’è un partito che dice “i giudei hanno il patrimonio immobiliare”, dunque questo è un partito che vuole liberarsi di questa tara, di questa tara genetica, ci sembra una cosa fuori dalla storia. Ma pensate come in Ungheria devono immaginare che a Napoli dove c’è Saviano, dove c’è Casentino, dove ci sono le cose che conosciamo, Roberto Conte un signore condannato, dichiarato decaduto, destinato, se rieletto, ad essere nuovamente decaduto, prende diecimila voti. Diecimila voti. Diecimila voti non sono diecimila amici, clienti, pagati, prezzolati, condotti per mano a votare. Diecimila voti sono un pezzo del senso comune di questa nazione che alla fine ci dice che è possibile convivere con un piano industriale che ha deciso di smantellare gli ultimi insediamenti del sud in nome del recupero di una funzione salvifica del mercato; che ci dice che a Napoli bisogna trattare con quelli come Conte, solo per dare un segno, nemmeno per dire avremo il nostro eletto, lo avremmo lì che fa i nostri interessi, ci regala i suoi favori, non lo avremo come eletto, ma stiamo dando un segnale, come dire, un avvertimento a chi pensa di poter reintrodurre regole di legalità. In Sicilia, abbiamo undici anni chiesti per Marcello Dell’Utri, il quale fa sapere, come atto di clemenza richiesta, che se verrà assolto lascerà la politica e abbiamo il centro sinistra che in Sicilia governa con Marcello Dell’Utri. GOVERNA. E la domanda di senso comune che noi rivolgiamo a Bersani in questo momento è che se un partito vuole rappresentare, attraversare, risolvere la propria sofferenza, non lo può fare mettendo la polvere di queste discussioni sotto il lembo del tappeto. In Sicilia, il centro sinistra, che lì è rappresentato soltanto dal partito democratico, grazie a una legge carogna che ci ha tenuto fuori, SEL ha preso il 4,90% ma è rimasta fuori, in Sicilia il centro sinistra sta governando con Lombardo, con Miccichè e con Dell’Utri, ritenendo, come dire, che, in nome di una malata ed estroversa modernizzazione del paese, o in nome di questo mito dell’autonomia del sud e del mezzogiorno, sia possibile non solo un’intesa di palazzo, ma anche ricostruire le categorie morali della politica. Allora la domanda, dalla quale a partire da oggi, in questa prima riunione del nostro consiglio nazionale, la prima riunione pacata, nel senso che non è assediata da una domanda di campagna elettorale, di risposta organizzativa immediata che stiamo facendo, la prima domanda è: come andiamo avanti? come interpretiamo il voto a SEL? Il voto a SEL è un voto che premia sicuramente. Che ci premia in Puglia grazie al lavoro prezioso che stato fatto da Nichi in cinque anni come governatore della Puglia, ma che premia anche il modo come noi abbiamo provato ad affermare le ragioni di quei cinque anni di governo, le ragioni di quel progetto politico di SEL e le ragioni di un progetto di alternativa politica che, anche in una regione del sud, può trovare un suo modello di esperimento, un suo terreno di verifica rispetto al resto del paese. Il modo in cui le abbiamo sapute affermare, conservare, contenere anche di fronte alla malinconia di talune aggressioni tutte politiciste, e non stiamo qui a raccontare cosa è accaduto attorno e dentro le elezioni primarie e non stiamo nemmeno a dire le cose che tra noi sappiamo, quale fosse la posta in palio, che non era soltanto rivendicare una geometria variabile e tutta, come dire, al ribasso, del centro sinistra, che diventa una formuletta matematica, e se dentro questa formuletta uno degli addendi, una delle funzioni si chiama UDC è giusto che ci sia l’UDC a prescindere. Questa idea che si possa far politica a prescindere, che si possa costruire un’alleanza di governo a prescindere da ciò che sta dentro la politica e dentro quell’alleanza. Poi il fatto che c’erano anche interessi concreti di discussione: l’acquedotto pugliese, il più grande acquedotto italiano. Questa contesa culturale che si sta affermando nel paese: che facciamo dei beni pubblici? Consideriamoli beni pubblici, come le anime belle, come delle cose che sta lì, come stelline nel firmamento, ma poi naturalmente pieghiamole alle esigenze del mercato, privatizziamo, inventiamoci formule un po’ più edulcorate, un po’ più raffinate, come dire, per cui il bene pubblico resta pubblico, ma gestito da una società un po’ pubblica e un po’ privata e vediamo se debba prevalere l’ambito o il senso pubblico o la cultura del mercato e del privato. Su questa battaglia si è costruita una divaricazione e poi una proposta politica e di governo. Io credo che SEL debba molto a Nichi, a quello che ha fatto ieri e oggi in Puglia, perché nel contesto del nostro progetto politico e che è stato premiato in queste elezioni. Ma è stato premiato anche un progetto che ha scelto di radicarsi in tutto il paese, certo con forme e capacità di attecchimento diversa, ma che comunque non è un progetto regionale non è una lista pugliese è un’idea della politica che noi stiamo proponendo a tutto il paese, che ha portato in Calabria a una splendida affermazione di Giannetto Speranza: è stato il sindaco più votato d’Italia al ballottaggio in una terra malata di pessima politica come la Calabria. Due elettori su tre, in una città in cui la maggioranza di elettori non la pensa come noi, che però è capace di raccogliere il senso di una sfida alta della politica che sta in quell’esperienza di governo e di lotta che è quella di Giannetto Speranza. Due voti su tre. Credo che di SEL sia stata anche premiata la esistenza di un progetto che si è molto interrogato durante quest’anno che è stato un anno travagliato, tra eredità e profezia: che facciamo? Siamo chiamati a gestire le nostre eredità? Rendere compatibili le une con le altre? A trovare massa critica che le tenga insieme? No, invece, abbiamo detto siamo chiamati ad interpretare un bisogno di profezia che esiste nella politica italiana e che non è rappresentata dal partito democratico, che sta male e galleggia a fatica dentro il centro sinistra e ha bisogno di altri gesti, di altre intenzioni, di altre vocazione. Credo che questo si sia percepito e dà oggi a SEL una responsabilità alta, siamo la terza forza politica del centro sinistra, e qui potremmo come dire fermarci, chiudere la nostra discussione, attestarci su questo dato e galleggiare. Galleggiamo, aspettiamo che si arrivi alle politiche fra un mese o fra tre anni, facciamo in modo che questa massa critica continui a conservare se stessa, che porti a compimento e nel palazzo un gruppo di parlamentari, facciamo in modo di conservare nelle dimensioni ridotte che abbiamo anche uno spirito, un’ambizione ridotta di galleggiamento, di sopravvivenza, di necessità e continuiamo a raccontare noi stessi, invece che provare a raccontare il paese. Io credo che noi siamo qui per escludere questa prima opzione, che è anche una tentazione umana che ha a che fare con le sopravvivenze, con i destini personali. La seconda opzione è quella che ci vede insieme da molto tempo e impegnati nella costruzione di Sinistra Ecologia e Libertà. Perché SEL non esiste amici e compagni è un’intuizione. È, come dire, un’affermazione che noi stiamo declinando al futuro, è un’intenzione, è una pratica elettorale che ci ha portato alle europee prima e alle regionali poi, a fare un lavoro faticoso, davvero di sopravvivenza nelle condizioni in cui abbiamo lottato. Ma il progetto siamo chiamati a costruirlo a partire da oggi: trasformare l’Italia, alfabetizzare la politica e costruire un’alternativa per il paese. E vedete che dentro queste linee noi non abbiamo bisogno di rimettere l’espressione e poi sottolineandola ed enfatizzandola, facciamo il centro sinistra, perché il tema non è fare il centro sinistra. Perché il centro sinistra, ma non perché non esistono più la destra e la sinistra, come ogni tanto qualcuno dei nostri giovani amici che agita le piazze vorrebbe farci credere, ma perché non sono luogo di valore, il centro sinistra in se non è luogo e certezza di valore, se non si riempie dei contenuti che oggi non possono essere che quelli dell’alternativa, o della costruzione di una opposizione oggi per l’alternativa. Per fare questo, diceva bene Nichi la volta scorsa alla riunione del coordinamento, dobbiamo alfabetizzare questo paese, ma non con la presunzione dei piccoli maestri che fanno opera di proselitismo, ma perché bisogna ricostruire il senso di un alfabeto che non c’è più; di parole perdute, rapinate, svendute, regalate e che questo paese ha perduto per cui l’Ungheria non è così lontana, per cui la Lega dice “la fetta delle banche dov’è? Dov’è il bottino che mi spetta?”, e non c’è solo impulso di sdegno di indignazione del popolo di destra, anche di quelli che hanno votato la Lega contro la “Roma ladrona”, contro gli sprechi, contro la vecchia politica di palazzo e che adesso sono persino felici di vedere Bossi che conduce per mano, come un agnello al capestro o come una trota al fiume il figliolo che è diventato consigliere regionale dopo molti tentativi e molte bocciature, hanno accettato e hanno ingoiato anche questo. Come facciamo a inventarci e contribuire alla costruzione di questa alternativa, alfabetizzare la politica, trasformare l’Italia, affermare il nostro progetto. C’è intanto un errore da non commettere una seduzione alla quale non abboccare e cioè il fatto che le riforme istituzionali siano il terreno nel quale noi ci incontriamo, o ci confrontiamo, troviamo anche un nostro elegante incontro con la destra e su questo noi costruiamo la nostra legittimità, la nostra funzione, la nostra riconoscibilità. È un declivio dolce, perché parlare di riforme istituzionali è come commentare il giorno dopo una partita di calcio: io, però, quel cross e quel rigore l’avrei tirato diversamente, una cosa diversa è quando la giochi; un declivio dolce, perché, tutto sommato, lascia qualche prurito, qualche leggero livido e nessuna ustione: discutere di presidenzialismo, di semipresidenzialismo, sistema alla francese, il doppio turno, senato federale. Poi, ti fermi un attimo e dici, cosa centra tutto questo con quello che sta succedendo in Italia. Le grandi riforme, che noi abbiamo conosciuto in questo paese, nascevano da una domanda, che era una domanda di trasformazione; queste sono riforme agitate a prescindere; sono riforme che servono ad un uomo solo; non servono all’Italia e agli italiani. Immaginare e accettare che questo sia il terreno sul quale noi riformiamo la politica o costruiamo una nuova legittimazione nostra della politica è un terreno sbagliato. Dentro queste riforme non c’è una sola parola ai momenti e agli elementi di crisi che attraversano il paese. Passa attraverso il senato federale dare una risposta ai due milioni di disoccupati, sottoccupati, cassaintegrati, alla precarietà istituzionalizzata che sta diventando il vestito di questo paese? Passa attraverso la elezione a doppio turno la capacità di sdoganare un terzo del territorio dall’egemonia delle mafie? Passa attraverso un sistema presidenziale o semipresidenziale l’idea di rifondare un’idea o una cultura della democrazia ben diversa dal modo in cui questa parola è stata svuotata di ogni significato? La risposta è “No!” Non passa attraverso questo. Passa attraverso la riforma proposta attraverso il centro destra e raccolta con eleganza, come un cross, dal centro sinistra, dal responsabile del PD sulla giustizia. Qual’è la riforma che a questo paese chiedono gli italiani sulla giustizia? Vorrebbero una giustizia giusta e, soprattutto, rapida, celere, capace di confrontarsi con i tempi della vita e non con i tempi delle fuliggini, delle burocrazie. Vorrebbero una giustizia che ti dia giustezza del diritto e certezza della verità. Una giustizia che ti dia anche una capacità di rieducazione sociale del condannato, perché non sia considerato un refuso della società, ma sia considerato un pezzo di questa società che noi vogliamo recuperare alla sua funzione, alla sua legittimità. Non una delle molte, delle troppe riforme proposte dal governo e da questa maggioranza rispondono a questo obiettivo. Ed allora, ecco che arriviamo al punto, che cosa accade di fronte alla suggestione di dire “anche noi sediamo al tavolo della trattativa della riforma e quindi parliamo di giustizia”. Accade che poi si arriva alla forzatura del PD che dice: “Parliamone”. Parliamo di riforme della giustizia e magari accettiamo che l’azione penale non sia più obbligatoria, accettiamo che ci possa essere una separazione di carriere, accettiamo che ci sia un processo breve, dove la brevità è legata alle risorse in campo distretto per distretto, accettiamo che possa essere introdotta la sezione disciplinare nella corte di cassazione. Voi avete letto gli interventi di alcuni giuristi in questi giorni. Non giuristi trinaricciuti, tesserati, ma donne e uomini che fanno il mestiere di magistrato ritenendo che la funzione della magistratura sia anzitutto quella di affermare l’autonomia di questo potere nei confronti degli altri poteri dello stato, e che dicono, ma secondo voi se ci fosse stata l’azione disciplinare, paventata, prevista, minacciata nei confronti di un magistrato all’interno della corte di cassazione; se non ci fosse più l’obbligatorietà dell’azione penale, ma noi avremmo avuto l’accusa al governatore della Sicilia, che è il luogo che più consensi offre alla coalizione di governo, di essere probabilmente colluso con la mafia; e gli ultimi dieci processi che hanno sconfinato nei luoghi e nel linguaggio della politica li avremmo avuti se ci fossimo trovati ad esercitare la minaccia di un’azione disciplinare nei confronti di un magistrato? E allora il tema delle riforme va condito, va declinato con la verità delle riforme che servono a questo paese, che poco hanno a che fare col dibattito che si anima nel palazzo. Vanno messe in campo le nostre opzioni, tradotte in iniziativa politica a partire da oggi e magari pensare a riforme universali. Quelle che puoi spiegare, quelle che puoi raccontare, quelle che puoi condividere: Obama ha fatto questo! Fuori e al di là di qualsiasi mitologia, Obama ha fatto questo: non ha inventato una riforma istituzionale, ne ha rappresentato il mito universale dell’America. Ha detto: la sanità, la salute. Ricostruiamo un rapporto di forze, di gerarchie sociali a partire da questa parola che nel corso degli ultimi anni, nelle ultime presidenze è stato un cencio non una parola, uno straccio che volava per dire a un quarto del paese “tu non hai diritto alla vita, perché non hai diritto alla salute”. Quella è una riforma universale anche se la costruisci con metodi, pratiche anche particolari. Noi abbiamo bisogno di lanciare al paese alcune idee forti che servano anche a superare il particolarismo delle proposte della Lega. Riforme di vita, di senso comune che costruiscano anche in questa nazione anche una domanda di nuova democrazia. Con quale strumento lo facciamo? Questa è una domanda sulla quale oggi siamo in campo, oggi siamo chiamati a confrontarci. Dice Nichi, giustamente, i partiti sono inadeguati; è un’affermazione naturale e necessaria per capire come noi, a partire da noi, da questa forma embrionale di partito, da questa profezia appena abbozzata che è la costruzione di una nuova sinistra nel paese, di SEL, noi riusciamo non ad accantonare l’idea del partito, né a superarla, ma riscriverla, a riscriverne l’anima e l’alfabeto. SEL si è dato un obiettivo ambizioso che io voglio ricordare a me stesso e a tutti noi. Non è soltanto l’alternativa, lo spirito della coalizione, governare questo paese per ricondurlo sulla retta via, ma anche lavorare per una riforma della politica, delle pratiche, delle forme, delle democrazie che stanno dentro la politica; trovare forme adulte di partecipazione: noi a questo non dobbiamo rinunciare e lo dico pensando soprattutto al rapporto virtuoso che si può costruire fra SEL e l’esperienza straordinaria delle “fabbriche” in Puglia. Straordinaria, perché ha rappresentato un momento di partecipazione e di adesione, che aveva due elementi di forza che noi non abbiamo. Il primo è che era un progetto e un luogo di partecipazione unitario, non di tesserati, di schedati, non erano Sinistra Ecologia e Libertà, fai il circolo e poi fai la “fabbrica”, no! Chiunque abbia fiato da spendere, gesto da compiere e che abbia a cuore un progetto che vada oltre la elezioni di Nichi Vendola, ma che riguardi il senso della democrazia, la politica che si fa finalmente luogo di partecipazione adulta, venga a rappresentare questa storia insieme agli altri, e poco importa quale sarà il partito il partito che voterà e che ha votato. La seconda cosa importante le “fabbriche” non risono poste giustamente il problema della rappresentanza che è un elemento di forza, di libertà, di liberazione non hai la necessità di tradurre il tuo lavoro in consenso, in leadership, in proposta elettorale. Noi con questi elementi se vogliamo, appunto, fare altro dobbiamo misurarci. Noi non siamo un luogo aperto, siamo un luogo a disposizione, ma che ha bisogno anche di trovare una propria identità, il senso felice e profondo di una militanza e siamo anche alla ricerca di forme fresche, nuove per costruire una nostra rappresentanza. Allora io credo che SEL e le “fabbriche” siano progetti diversi che si incrociano fra loro e che noi abbiamo molto da assumere nello spirito, nella freschezza, nell’intuizione che sta dentro l’idea delle fabbriche. Sarebbe un errore considerare la “fabbrica” un’alternativa al circolo, e dire “tu hai fatto il circolo a casa tua, a casa mia io faccio la fabbrica” e su questo poi ci misuriamo e competiamo. Come dire, creeremmo un incesto di linguaggi che non spiegherebbe niente né a chi ha scelto di stare dentro a SEL, né a chi ha scelto di stare dentro le “fabbriche”, o ha scelto di stare dentro queste due forme non antagoniste della politica. Questo sarà la nostra esperienza, la nostra saggezza a renderlo possibile. Ritornare alla politica vuol dire produrre politica fuori da noi e non è stato così fino ad ora. Fino ad ora il 95%, ed è una cifra per difetto, la nostra energia è stata destinata a discussioni interne, molto retroflesse, molto autoreferenziali, destinata alla costruzione di assetti, di organismi, a volte, diciamolo pure, sgarbatamente di rapporti di forza interni. Veniamo da una campagna elettorale che fuori è stata percepita, a volte, meglio di come noi l’abbiamo rappresentata a noi stessi. Una campagna elettorale che, in alcuni casi, ha visto prevalere i candidati sul partito, sull’idea della politica. Tutto quello che viene prima e che ci siamo detti noi non possiamo affrontarlo e affermarlo se non cominciamo anche a produrre politica fuori da noi. Allora ci sono alcune cose che vanno messe nel calendario della nostra intenzione e anche delle nostre scadenze. Partiamo il 25 aprile con un nuovo tesseramento, un tesseramento on-line, che sta studiando nelle sue linee organizzative insieme ai nostri tesorieri, Beatrice Gavazzi, che vede la possibilità di tesserarsi attraverso il sito, attraverso versamenti sul conto postale, sul conto corrente bancario, che permetterà, permettetemi di usare anche questa parola, anche un’assoluta limpidezza e immediatezza di un rapporto di adesione con SEL, la certezza di sapere quali sono le nostre risorse, soprattutto, ecco, la grande campagna, che è una campagna politica, il senso di SEL che si ripropone attraverso questo tesseramento che servirà a preparare il congresso che si vorremmo fissare per il 22, 23 e 24 ottobre. A questo congresso decideremo, come arrivare, un congresso di fondazione, di identità, di racconto futuro di ciò che saremo noi e di ciò che sarà l’alternativa in questo paese. Ma vorremmo arrivare a questo congresso anche attraverso molti momenti di discussione non pleonastica, né liturgica, aperta a chi sta fuori da noi, oltre SEL. Allora l’idea è quella di 100 assemblee, che vorremmo chiamare “I cento passi”, i cento passi di SEL verso la produzione di questo progetto, il punto d’arrivo di questo congresso. Assemblee che non sono assemblee degli iscritti, assemblee dei tesserati, dei militanti, ma che sono un luogo in cui vogliamo raccontare e vogliamo ascoltare, chiedere il racconto degli altri. Luoghi in cui noi cominciamo ai dire SEL non è soltanto l’epilogo o l’esito della lista elettorale che avete conosciuto qualche settimana o qualche mese fa, ma è un luogo di discussione ma anche di produzione di iniziativa politica che ha bisogno di contaminarsi con storie e linguaggi diversi dai nostri. Per fare questo dobbiamo avere anche lo spirito molto laico, molto corsaro di chi non vuole parlare a se stesso, non ha bisogno di sentire su di se il conforto dei propri amici, delle facce conosciute da dieci, da venti o da trent’anni ma che è pronto anche a raccontare a prendersi carico anche dei racconti di chi viene da storie diverse che hanno praticato linguaggi assai diversi dai nostri, perché è così che alla fine la Lega si è presa il voto dei nostri operai; è così che questo paese ha visto ammalarsi, giorno dopo giorno, il proprio senso comune. Facciamo delle cose che servano a raccontare cosa sta accadendo e a trasformare questo racconto in un’iniziativa politica. Facciamo in modo che i nostri consiglieri regionali non siano una piccola preziosa felice pattuglia di eletti, di cui siano orgogliosi, 21 consiglieri regionali, ma che siano e nemmeno, come dire, il presidio sul territorio; usiamo anche parole che siano un po’ più capaci di innovazione, di invenzione, lasciamo perdere l’idea del territorio. Cominciamo ad immaginare come ciascuno dei nostri consiglieri possa essere il luogo sul quale si addensano, si concentrano tutte le vertenze che attraversano questo paese. Parlavamo qualche giorno fa con i nostri consiglieri, qualcuno che abbiamo incontrato sul modo in cui il centro destra ha subito affermato questo principio, ha marcato la propria presenza, l’ha marcata non tanto sui territori, ma sulle battaglie politiche, sulle grandi idealità, o sulle loro presunte idealità. Per cui ti fanno sapere che se una donna vuole prendere la pillola abortiva deve farsi tre giorni di ricovero coatto che le piaccia o meno, perché deve esserci una cultura punitiva e se da una parte dobbiamo tollerale le prudenze e i balbettii della chiesa sul tema della pedofilia, per favore la RU486 sappiate che nella mia regione, dove io sono un cattolico presidente eletto con i voti della destra io non ve a faccio dare, e anche se contro la legge dello stato, chi se ne frega. Che facciamo? Lasciamo a Cota, a Formigoni, lasciamo a questa genia politica il compito di decidere davvero e per sempre che cosa è del nostro paese, o facciamo in modo che questi consiglieri possano essere punto di riferimento anche capace di mettere in crisi i balbettii le prudenze, le reticenze del partito democratico che su questi temi non è riuscito mai a schierarsi con la nettezza, la chiarezza, la forza delle posizioni necessarie. Siamo presenti in alcune campagne referendarie, se ne sta occupando bene Paolo Cento, insieme a molti altri compagni, certamente l’acqua: la nostra posizione è una posizione è una posizione che trae alimento dal lavoro che ha fatto Nichi in Puglia. È una posizione diversa da quella che è stata anche agitata, anche assunta da altre parti politiche, con una punta di furbizia. Noi diciamo che l’acqua intanto rappresenta un grande terreno civile di scontro e di confronto che col tema dell’acqua ha reso protagonista un pezzo della società italiana, non soltanto dei partiti. E quel pezzo della società noi vogliamo accompagnare con le parole d’ordine che si è dato: l’acqua pubblica è un concetto che non ammette sconti né mediazioni, per cui i quesiti referendari sui quali siamo impegnati che sosterremo, per i quali, a partire dal 29 aprile lanceremo una nostra giornata di raccolta delle firme, sono quesiti che non possono essere né smontati, né ridotti, né saldati tra di loro: l’acqua pubblica vuol dire che noi non vogliamo logiche private di mercato anche attraverso la formula surrettizia di una società mista che facciano dell’acqua un prodotto del mercato. Vogliamo che sul nucleare ci sia un’assunzione di responsabilità del mondo civile e politico e quindi accompagnare questo referendum vorremmo interrogarci, su questo vi dico la mia opinione sulla possibilità che anche il legittimo impedimento diventi un tema di riflessione e di impegno referendario, se dovessimo decidere in questo paese. Vogliamo provare a capire come l’esperienza di Nichi e di altri presidenti di regione del centro sinistra possa diventare uno strumento di provocazione culturale: le regioni oggi hanno la possibilità di essere promotori di referendum, proviamo anche a provare a trovare forme e formule diverse per fare di questo terreno non soltanto il luogo in cui si raccolgono le firme in attesa della decisione degli italiani, ma anche un terreno di agitazione e di discussione politica dalla quale nessuno possa considerarsi escluso. Infine, in conclusione, ci sono tre altre condizioni di lavoro. La prima è la fine del carattere pattizio di SEL. Ce lo siamo detti, adesso dobbiamo, come dire, praticare questa buona intenzione. SEL non deve essere più somma, deve essere sostanza. E quando tu hai la sostanza (applauso) andare alla ricerca di elementi primigeni che è un esercizio retorico. Abbiamo bisogno, come dicevamo, di costruire un’opposizione per l’alternativa di superare anche la sterilità anche di un certo dibattito che ci interroga su come organizzare o riorganizzare il centro sinistra: il centro sinistra è una formula di conseguenza del modo in cui tu costruisci nel paese l’alternativa. Il terzo punto, è importante, è l’autonomia, l’autonomia di SEL, l’autonomia all’interno di questa coalizione, l’autonomia anzitutto dal PD, che noi consideriamo fallito come progetto. Lo diciamo con dispiacere, a malincuore, pensiamo che sia fallito il progetto di costruire, come dire, una sostanza, una qualità del pensiero politico diverso. L’unico prodotto nuovo che ci è stato offerto nei mesi scorsi è stata la possibilità di ridurre il sistema italiano a due partiti o, come ricordava Fabio Mussi, in un articolo di qualche giorno fa questa idea che bisogna sbiadire il tasso di globuli rossi della sinistra, fare in modo che si diventi tutti “left of center”, alla Blaire e che una sinistra sbiadita diluita, una sinistra che trovi dentro di se le forme e le necessità del tatticismo, che si apra alla conta al centro, come accade in Sicilia, come si voleva fare in Puglia, sia la sinistra di governo del futuro. Sappiamo che questo è fallito, ed è fallita anche nella risposta che è stata data ad una provocazione in buona fede che abbiamo fatto noi tre settimane fa, finite le elezioni regionali, proviamo a rimescolare le carte. Una nuova Epinay, come fecero in Francia con Mitterand, aprendo una stagione felice di politica e di governo. Nuova Epinay vuol dire passo indietro e vediamo come si ricostruisce un campo di forze e di iniziativa politica comune. La risposta a questa ipotesi di big band, di nuova Epinay è stata mettiamo venti segretari regionali, tagliamo un po’ di teste di colonnelli, liquidiamo qualcuno, andiamo ad un regolamento di conti. Il PD vive un grande momento di disagio, è un disagio che alla fine si riflette anche su di noi. Lo diciamo non per vittimismo, ma lo diciamo perché ci interroghiamo davvero su questo punto: l’idea di colazione che ha il PD è quella che sta istruendo i gesti del PD in molte regioni in cui si è chiesta la qualità e la sostanza della partecipazione di SEL alle elezioni regionali e naturalmente, però, si chiede che stia fuori dalle giunte. Per cortesia, lontano dai luoghi in cui la somma e la conta degli assessori deve rispondere ad altre logiche, ad altre necessità, così in Umbria, così in Toscana così in altri luoghi. Ce lo chiediamo non perché abbiamo un’dea rivendicativa della politica, ma perché ci interroghiamo su quale sia il pensiero profondo di questo partito dal quale non vogliamo e non possiamo prescindere. Allora autonomia di giudizio e di comportamento rispetto al partito democratico, una cultura critica debole, diceva Fabio, produce una politica debole: non è questo il nostro campo. Noi abbiamo molte storie alle spalle, ciascuno di noi in questa avventura sta portando i segni di questa storia; non mi appassiona la lotteria sulla data delle future elezioni; mi piacerebbe pensare che non ci siano elezioni e che questo nostro progetto politico abbia tempi di confronto e di sedimento, di racconto che siano ancora lunghi. Penso che, conservando ciascuno di noi alle proprie spalle, con orgoglio, con forza, con pudore la storia che noi abbiamo, che tutti insieme ci mettiamo di fronte a questi tre anni di lavoro politico comune. Tre anni di lavoro politico comune che non dobbiamo attraversare cercando di rimanere sulla soglia, sulla linea di galleggiamento, ma provando ad obbedire alla risposta di buon augurio che ci siamo dati quando ci siamo incontrati più di un anno fa. 26/4/2010 |
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