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Sezione "Pio La Torre" Alliste Prospettive della sinistra Dal populismo alla democrazia mediatica Prof. Egidio Zacheo La crisi della cosiddetta seconda repubblica e del berlusconismo non è certo dovuta all’incomprensione personale di due leader prima nello stesso partito. E’ una crisi strutturale,organica. E’ la prova evidente che un Paese evoluto non può sopportare a lungo l’accentuazione personalistica del sistema politico, la narrazione inconcludente del capo carismatico, la rinuncia a stabili canali di formazione della classe dirigente. Un sistema politico moderno non può funzionare con la regola del partito personale diffuso ed egemone perché è insopprimibile nel meccanismo democratico moderno la regolarità della presenza del ruolo mediatore della rappresentanza nel rapporto tra Stato e società e della decisione che non prescinde dalla mediazione dei partiti. L’esaltazione del capo che decide senza discutere è l’infantile mitologia che serve a nascondere l’effettiva incapacità di decidere e il meccanismo regressivo in atto nella vita pubblica. Il modello berlusconiano fallisce non per una violazione dei canoni astratti di una modellistica democratica, ma per la sua concreta impotenza a garantire prestazioni pubbliche adeguate alla complessità: per la sua incapacità di fare. E’fuori da ogni razionalità politica, perciò, credere di poter andare oltre il berlusconismo adottando lo stesso populismo, l’antipolitica verniciata con altro colore, il provvidenzialismo ritenuto digeribile perché incarnato da un capo ‘diverso’. In questo senso, il vendolismo appare davvero la malattia senile del berlusconismo. Esso è letto da una parte della sinistra come un brivido liberatorio, mentre in realtà è l’attivazione di tutto il repertorio della vecchia politica della destra che ha affossato l’Italia. Se sul piano più strettamente politico col vendolismo si devono fare i conti e tessere, possibilmente, la rete di una alleanza, sul piano della cultura politica e delle idee bisogna contrastarlo senza tregua e considerarlo “avversario” della sinistra. E’ questo un obbligo culturale della sinistra per sconfiggere la tendenza a credere che dalla crisi di sistema si possa uscire proprio con una ulteriore affermazione dell’antipolitica e del populismo. La narrazione di Vendola è tutta interna al ventennio trascorso. Pensa, infatti, di poter aprire una nuova epoca sul cimitero dei partiti ritenuti inerti “ossi di seppia”. E’ felice dello “spariglio” che la sua discesa in campo può creare nelle procedure che la politica è obbligata a seguire. Provvede con molta cura a potenziare il culto della personalità scrivendo sul simbolo del suo movimento “con Vendola” e denominando la struttura organizzativa e pseudo programmatica dello stesso “fabbriche di Nichi”. Vendola viene incoronato a Firenze capo del suo movimento all’unanimità, senza l’accenno di un dibattito, come nemmeno nella Corea del Nord. Alimenta nella sua andata verso il popolo l’idea mistica del capo. Come Berlusconi sa stare bene in Tv e sui giornali dove esibisce con trasporto la sua vita privata e di”coppia” ordinata, tranquilla, ‘borghese’, tutta cucina e caminetto, in una commistione di pubblico e privato che consente all’uno e all’altro (indifferentemente) di approfittare della circostanza per lucrare sul piano dell’immagine. Ma la democrazia non ha capi: è assenza di capi, dice il grande Kelsen. E se qualche volta li ha, comunque non se li tiene per sempre. Da qui il nostro obbligo a chiudere al più presto la parentesi dell’ubriacatura populistica dell’ultimo ventennio e a farla finita con le semplificazioni cesaristiche e plebiscitarie, con la politica della seduzione carismatica e della magia del capo. Bisogna ritornare sulla strada della democrazia mediata, della mediazione basata sul pieno recupero della funzionalità del parlamento e sul ruolo del partito come intermediario tra istituzioni e società. L’illusione della democraticità delle primarie probabilmente costituisce l’ostacolo più insidioso per questo ritorno. Le primarie, per i tanti luoghi comuni con cui si cerca di spiegarle e sostenerle e per l’adesione spesso epidermica che suscita, sono , infatti, il rifugio più protetto e meno esplicito dello spirito populista. Esse, come è anche detto in un bell’articolo dell’ultimo numero di “Italianieuropei”, ubbidiscono ad una logica di presidenzializzazione che collide con la nostra Costituzione formale che invece vuole “governi investiti dalla fiducia parlamentare e non conosce alcuna elezione diretta di un capo”(M.Prospero). La proposta seria e responsabile, formulata da alcune forze politiche, di un governo della transizione per risolvere la crisi drammatica del Paese, costituisce una svolta radicale rispetto alla cultura politica e istituzionale della seconda repubblica. Per fortuna, la parte più responsabile della classe politica ha operato una convergenza su una solida cultura delle istituzioni, che si oppone alla pratica elementare che pretende di risolvere una crisi di sistema con una sfida impotente tra due poli al servizio del rispettivo capo, e ha restituito dignità e ruolo alle istituzioni rappresentative, al parlamento, ai partiti politici, contrastando l’automatismo tra crisi della coalizione di governo e scioglimento delle camere. Il segnale chiaro che in questo modo si dà al Paese è che le scorciatoie carismatiche non esistono e che sicura ed efficiente è quella democrazia che si affida ad una pluralità di soggetti capaci di portare la ricchezza di una società complessa nella sfera della decisione. 12/11/2010 |
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