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Se fosse solo nostalgia ci sarebbe già passata. Se fosse stato solo un leader ne avremmo già trovato un altro. Se fosse stato solo un piacevole ricordo l'avremmo già dimenticato. Ci manca, invece, il suo pensiero, il suo coraggio, ma sopratutto quello che ci manca è la sua serietà |
Chiesa San Salvador 24 marzo 1980 Monsignor Oscar Romero assassinato sull'altare d i Gianni Ferraris
Nasce il 15 marzo 1917 a Ciudad Barrios, a El Salvador. Il padre era impiegato alle poste, la madre casalinga. Nel 31, dopo alcuni anni trascorsi come apprendista presso un falegname, entra in seminario. Dopo sei anni deve interrompere gli studi per problemi economici della famiglia e lavora in miniera. Dopo soli tre mesi di lavoro sfiancante, rientra in un seminario retto dai gesuiti. Dopo sette mesi, promettente seminarista, viene inviato all’università gregoriana a Roma per completare gli studi in teologia. Ordinato sacerdote il 4 aprile 1942, non finirà il corso di studio a causa della guerra. Rientra in patria e gli viene affidata una parrocchia. Senza evidenti impegni sociali, si dedica al suo lavoro di sacerdote e di educatore alla religione. Inoltre è considerato, vista anche la sua adesione alla dottrina dell’Opus Dei, un buon conservatore. Infatti la sua nomina a vescovo di San Salvador è accolta con favore dal generale golpista Carlos Humberto Romero. Non altrettanto da quella parte del clero che si pronuncia contro la feroce repressione del dittatore verso i campesinos. Infatti Oscar Arnulfo Romero non abbraccia la teologia della liberazione Anche per questo, quasi certamente, la nomina ad arcivescovo non tarda ad arrivare. Gli anni 70 sono terribili per la repressione. Il dittatore Carlos Humberto Romero si serve delle squadre della morte, della guardia nacional per reprimere nel sangue ogni accenno o sospetto di opposizione. Vengono trucidati campesinos, preti, suore, sindacalisti. “Haga patria, mate un cura” (sii patriottico, ammazza un prete). Il 12 marzo 1977 è la svolta per Oscar Arnulfo Romero. Un suo carissimo amico, il gesuita Rutilio Grande, viene assassinato assieme a due campesinos da criminali ancora ignoti. Da quel momento l’arcivescovo scrive al presidente, in ogni omelia denuncia i crimini del regime. La sua diocesi diventa il luogo di accoglienza per gli sfruttati e i perseguitati. La sua voce diventa l’informazione. La sua è teologia della liberazione messa in pratica. Guardato con sospetto da Roma, additato come sovversivo e istigatore da buona parte della chiesa salvadoregna, viene in parte emarginato. Ma lui non si arrende, in un’omelia del 79 dice fra l’altro: “È inconcepibile che qualcuno si dica cristiano e non assuma, come Cristo, un’opzione preferenziale per i poveri. È uno scandalo che i cristiani di oggi critichino la Chiesa perché pensa “in favore” dei poveri. Questo non è cristianesimo! [...] Molti, carissimi fratelli, credono che quando la Chiesa dice “in favore dei poveri”, stia diventando comunista, stia facendo politica, sia opportunista. Non è così, perché questa è stata la dottrina di sempre. [...] A tutti diciamo: “Prendiamo sul serio la causa dei poveri, come se fosse la nostra stessa causa, o ancor più, come in effetti poi è, la causa stessa di Gesù Cristo”». Deve anche affrontare ben tre visite apostoliche che ne controllano l’operato. Nell’agosto 1979, non si capacita della mancanza di risposte dal vaticano per le sue richieste di attenzione, si reca a Roma dove dovrà penare molto per essere accolto in udienza da Giovanni Paolo II - Speranze deluse dalla freddezza del papa il quale praticamente lo accusa di troppa vicinanza con i comunisti. Al papa che gli diceva di non aiutare i comunisti, rispose: “Santità, nel mio paese ci sono molti anticomunisti che sono tali non perché cristiani, ma perché difendono i loro privilegi”. E gli disse della repressione, e mostrò le fotografie di Octavio Ortiz, un sacerdote a cui era stata tagliata la gola con un machete. Lo fece fra le lacrime. “Lo uccisero tanto crudelmente perché era accusato di essere un guerrigliero” disse. E il papa rispose “per caso lo era?”. Deluso ritorna in Salvador dove è lasciato solo. Senza protezione dalle alte gerarchie ecclesiastiche, attaccato dal regime, è praticamente dato in pasto ai suoi carnefici. E’ consapevole dei pericoli che corre, infatti in un’intervista dice: ... «Finché i contadini, e gli operai e i loro dirigenti non hanno sicurezza; finché il popolo viene sistematicamente assassinato dalle forze di repressione della giunta, io, che sono un semplice servitore del popolo, non ho nessun diritto di cercare misure di sicurezza. Vi prego di non fraintendermi: non voglio morire, perché so che il popolo non lo vuole, ma non posso tutelare la mia vita come se fosse più importante della loro vita. La più importante è quella dei contadini, degli operai, delle organizzazioni popolari, dei militanti e dei dirigenti, ed essi muoiono tutti i giorni; ogni giorno ne trucidano venti, trenta, quaranta o più ancora. Come potrei adottare delle misure di sicurezza personale? Sì, possono uccidermi; anzi, mi uccideranno, benché alcuni pensino che sarebbe un grave errore politico; ma lo faranno ugualmente, perché pensano che il popolo sia insorto dietro le pressioni di un vescovo. Ma non è vero: il popolo è pienamente consapevole di chi sono i suoi nemici; e altrettanto conosce bene i propri bisogni e le alternative che si presentano. Se uccidono me, resterà sempre il popolo, il mio popolo. Un popolo non lo si può ammazzare». Il 24 marzo 1980, mentre dice messa nella cappella dell’ospedale Divina Provvidenza, alza il calice per l’offertorio, pronuncia queste parole: «In questo calice il vino diventa sangue che è stato il prezzo della salvezza. si mischia al vino. Possa questo sacrificio di Cristo darci il coraggio di offrire il nostro corpo e il nostro sangue per la giustizia e la pace del nostro popolo. Questo momento di preghiera ci trovi saldamente uniti nella fede e nella speranza». Un proiettile calibro 25 gli trapassò il cuore. In compenso e a scanso di equivoci, venne concessa una Ley de amnistia general, per tutti i delitti politici. Il generale d’Abuisson, colpevole, non verrà mai perseguito. Alcuni anni dopo, Giovanni Paolo II lo proclamerà beato. Solo dopo la sollevazione del clero e delle popolazioni centro americane che lo avevano visto escluso dalla lista dei beati appena proclamati. Il Vaticano parlò di una “svista”. Casuale? L’ultima omelia di Romero San Salvador, 24 marzo 1980. Per le nostre molteplici relazioni alla casa editrice del giornale El Independiente, ho chiesto di associarmi ai vostri sentimenti filiali nell’anniversario della morte di vostra madre, e soprattutto a questo nobile spirito che fu la signora Sarita, che pose tutta la sua formazione culturale, la sua finezza, al servizio di una causa ora tanto necessaria: la vera liberazione del nostro popolo. Io credo che i suoi fratelli, questa sera, devono non solo pregare per l’eterno riposo della nostra cara defunta, ma soprattutto raccogliere questo messaggio che oggi ogni cristiano dovrebbe vivere intensamente. Molti, ci sorprendono, pensano che il cristianesimo non deve mettersi in queste cose, quando è tutto il contrario. Abbiamo appena ascoltato nel Vangelo di Cristo che è necessario amare non tanto se stessi, che uno non deve preoccuparsi di non correre i pericoli della vita che la storia esige da noi e che colui che vuole allontanare da se il pericolo, perderà la sua vita. Al contrario, colui che si offre per amore di Cristo al servizio dei poveri costui vivrà come il grano di frumento che muore, ma muore solo apparentemente. Se non morisse resterebbe solo. Se c’è raccolto, perché muore, perché si lascia immolare in questa terra, decomponendosi e solo decomponendosi, produce il raccolto. Dalla sua eternità, la signora Sarita conferma meravigliosamente in questa pagina che ho scelto per lei ciò che dice il Concilio Vaticano II: “Ignoriamo il tempo in cui si farà la consumazione della terra dell’umanità. Nemmeno conosciamo in che modo si trasformerà l’universo. La figura di questo mondo, segnata dal peccato passa, ma Dio ci dice che ci prepara una nuova dimora e una nuova terra dove abita la giustizia e la cui beatitudine è capace di saziare e soddisfare tutti gli aneliti di pace che sorgono nel cuore umano. Allora, vinta la morte, i figli di Dio resusciteranno in cristo e ciò che fu seminato sotto il segno della debolezza e della corruzione si rivestirà di incorruttibilità e restando la carità delle loro opere, si vedranno liberi dalla schiavitù della finitezza tutte le creature che Dio creò in vista dell’uomo”. Siamo avvertiti che a nulla serve all’uomo guadagnare tutto il mondo se perde se stesso. Ciò nonostante, l’attesa di una nuova terra non deve acquietarci, ma piuttosto ravvivare la preoccupazione di perfezionare questa terra dove cresce il corpo della nuova famiglia umana, il quale, in qualche modo può anticipare un barlume del nuovo secolo. Perciò sebbene bisogni distinguere accuratamente progresso temporale e crescita del Regno di Cristo, ciò nonostante il primo, in quanto può contribuire ad ordinare meglio la società umana, interessa in grande misura anche il Regno di Dio. Poiché i beni della dignità umana, dell’unione fraterna e della libertà, in una parola tutti i frutti eccellenti della natura e del nostro sforzo, dopo averli propagati sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo mandato, torneremo a trovarli ripuliti da ogni macchia, illuminati e trasfigurati quando Cristo consegnerà al Padre il Regno eterno e universale: “Regno di verità e di Vita; Regno di Santità e di Grazia; Regno di Giustizia di Amore e di Pace”. “Il Regno è già misteriosamente presente sulla nostra terra; quando verrà il Signore, giungerà alla sua perfezione”. Questa è la speranza che alimenta noi cristiani. Sappiamo che ogni sforzo per migliorare una società, soprattutto quando vi è questa ingiustizia e il peccato, è uno sforzo che Dio benedice, che Dio vuole, che Dio esige da noi. E quando si incontra gente generosa come la signora Sarita e il suo pensiero incarnato in Jorgito e in tutti quelli che lavorano per questi ideali, bisogna cercare di purificarli nel cristianesimo: questo si, rivestirli di questa speranza dell’al di la; perché diventino più forti, perché abbiamo la sicurezza che tutto ciò che piantiamo sulla terra, se lo alimentiamo con una speranza cristiana, non falliremo mai, lo troveremo purificato in questo regno, dove il merito consiste proprio in ciò che abbiamo realizzato sulla terra. Io credo che non sarà un aspirare invano, a ore di speranza e di lotta in questo anniversario. Ricordiamo quindi, con gratitudine, questa donna generosa che seppe comprendere le inquietudini e gli sforzi di suo figlio e di tutti quelli che lavorano per un mondo migliore, e seppe mettere anche la sua parte di chicco di frumento nella sofferenza. E non c’è dubbio, che questa è la garanzia che il vostro cielo deve essere proporzionato a questo sacrificio a questa comprensione che in questo momento manca a molti nel Salvador. Vi supplico, cari fratelli, di guardare queste cose dal momento storico, con questa speranza, con questo spirito di offerta, di sacrificio e fare ciò che possiamo. Tutti possiamo fare qualcosa: da subito un sentimento di comprensione. Questa santa donna che oggi stiamo ricordando, non ha potuto forse fare cose molto dirette, ma incoraggiando quelli che potevano lavorare, comprendendo la loro lotta, e soprattutto pregando e, anche dopo la sua morte, dicendo con il suo messaggio d’eternità che vale la pena di lavorare perché tutti questi aneliti di giustizia, di pace e di bene che già abbiamo in questa terra, li abbiamo formati se li illuminiamo di una speranza cristiana perché sappiamo che nessuno può per sempre e che quelli che hanno messo nel loro lavoro un sentimento di fede molto grande, di amore a Dio, di speranza tra gli uomini, poiché tutto ciò sta abbondando ora, negli splendori di una corona che deve essere la ricompensa di tutti coloro che lavorano così, spargendo verità, giustizia, amore bontà sulla terra e non si ferma qui ma purificato dallo spirito di Dio, ci raccoglie e ci da la ricompensa. Questa santa messa quindi, questa Eucarestia, è precisamente un atto di fede. Con fede cristiana sappiamo che in questo momento l’ostia di frumento si trasforma nel corpo del Signore che si offrì per la salvezza del mondo e che in questo calice il vino si trasforma nel sangue che fu il prezzo della salvezza. Che questo corpo immolato e questo sangue sacrificato per gli uomini alimentino anche noi per dare il nostro corpo e in nostro sangue alla sofferenza e al dolore, come Cristo, non per sé, ma per offrire concetti di giustizia e di pace al nostro popolo. Uniamoci quindi intimamente con fede e speranza a questo momento di preghiera per la signora Sarita e per noi. (In questo momento risuonò lo sparo) 24/3/2011 |
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